CULTURA Zoom

Alfabeto per Leonardo Sciascia, nel giorno del centenario della nascita

di Paride Leporace

Amici

Sciascia aveva un primo, ristretto gruppo di amici di vecchia data. Alcuni erano di Racalmuto, e poi c’erano Guttuso, Consolo, il fotografo Scianna, Gesualdo Bufalino, Enzo ed Elvira Sellerio che lo chiamavano Nanà, diminuitivo di Leonardo, (sebbene quel vezzeggiativo non lo entusiasmasse, ritenendolo “da ballerina”). Poi ne aveva un secondo, alquanto più largo, erano quelli che lo chiamavano Leonardo o Leonà e che con lui non avevano rapporti di vera confidenza anche se di solida amicizia. La definizione è di Camilleri che si iscrive alla seconda fascia. Esiste un sito degli amici di Sciascia. Lo scrittore in un suo scritto su Stendhal aveva espresso entusiasmo per quell’abitudine francese di aggregare lettori particolarmente fedeli al nome di certi autori. Associazioni che si dicono di amici.

Bellodi

Capitano dei carabinieri protagonista de “Il giorno della Civetta”. Per anni ci fu un equivoco che attribuì l’ispirazione del personaggio al futuro generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Dopo la morte di questi, sarà Sciascia a chiarire con un articolo su La Stampa l’11 novembre 1988 che l’ispiratore era stato un altro generale dei carabinieri piemontese: si chiamava Renato Candida. Autore di uno dei primi libri sulla mafia, autentico antifascista, fu grande amico di Sciascia il quale scrisse in occasione del suo trigesimo: «Non solo per “Il giorno della civetta”, ma per ogni mio racconto, in cui c’è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi sono presentati alla memoria, all’immaginazione».

Collura

Matteo, amico e biografo dello scrittore e autore del “Maestro di Regalpetra – Vita di Leonardo Sciascia” che grande successo ebbe sia in Italia che all’estero. A lui si deve “Alfabeto eretico”, 58 voci dell’opera sciasciana per capire la Sicilia e il mondo di oggi. Omaggio nella struttura al celebre “Alfabeto Pirandelliano” scritto da Sciascia che cerca nei particolari e nel dettagli della vita e delle opere attraverso il gioco dell’alfabeto la migliore esegesi del celebre scrittore.

Democrazia Cristiana

Sciascia in “Todo Modo”, scrive Francesco Pontorno, vide solo la realtà, e non fu poco. La Dc nel 1974, anno di pubblicazione del romanzo, era stata protagonista dello scandalo dei petroli e della vicenda eversiva della Rosa dei venti. Lo stesso Sciascia in occasione dell’uscita del film di Elio Petri tratto dal suo romanzo dichiarò: «Non esiste una Democrazia Cristiana migliore che si distingua da quella peggiore, un Moro che si distingua in meglio rispetto a un Fanfani. Esiste una sola Democrazia Cristiana con la quale il popolo italiano deve decidersi a fare definitivamente e radicalmente i conti». E sempre Sciascia, in un suo celebre articolo richiamando l’impegno di Don Sturzo che scrive un dramma teatrale sulla mafia nel 1900 chiosa: «E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un’indagine e un’analisi di non poca difficoltà».

Eresia

Comunque l’eresia è di per sé una grande cosa, e colui che difende la propria eresia è sempre un uomo che tiene alta la dignità dell’uomo. Bisogna essere eretici, rischiare sempre di essere eretici, se no è finita… C’è sempre nel potere che si costituisce in fanatismo questa paura dell’eresia. Allora ogni uomo, ognuno di noi, per essere libero, per essere fedele alla propria dignità deve essere eretico. Dall’articolo “Elogio dell’eresia” di Leonardo Sciascia.

Film 

Quelli tratti dai suoi romanzi e racconti. Qui quelli principali per il grande schermo. “Il giorno della civetta” di Damiano Damiani suscita entusiasmi e rende molto popolare Sciascia rivelatore della mafia quando molti ne mettevano in dubbio l’esistenza. Magistrali interpretazioni di Franco Nero e Claudia Cardinale, entrambi David di Donatello. L’anno prima Elio Petri aveva lavorato su “A Ciascuno il suo” con un energico Volontè, protagonista molto acclamato a Cannes. Nove anni dopo “Todo Modo” vede un inquietante Volontè mimare Aldo Moro nel ruolo del Presidente. Il film, più pasoliniano che sciasciano, sparirà dalle programmazioni dopo il rapimento di Moro. Francesco Rosi riadatta “Il Contesto” per il suo “Cadaveri eccellenti”, apologo sul potere e la strategia della tensione. Gianni Amelio rielabora per immagini, invece, “Porte aperte” affidando il ruolo del giudice che deve decidere sulla pena di morte in tempi di fascismo di nuovo a Volontè. Attore feticcio sciasciano che recita anche in “Una storia semplice”, ultimo romanzo di Leonardo in un giallo siciliano senza mafia. Il regista è Emidio Greco che porta sullo schermo anche “Il consiglio d’Egitto”. Tra i minori “Un caso di coscienza”, commediola sexy con Lando Buzzanca tratto dall’omonimo racconto e “Una vita venduta” ambientato nella Guerra di Spagna e tratto dal racconto “L’antimonio”. Notevole il suo ruolo di sceneggiatore per “Bronte cronaca di un massacro” dove sostiene Florestano Vancini nel demitizzare l’impresa garibaldina dei Mille.
Superbo anche lo Sciascia saggista della Settima arte che ne “La Sicilia nel cinema” tratteggia in modo stupendo come la sua Isola sia stata dipinta dai Lumiere agli anni Sessanta “come sfondo e come motivo ispiratore”.
Sciascia aveva avuto uno zio, impiegato comunale, che gestiva il cinema a Racalmuto. Da ragazzo Leonardo guardava ogni film vicino alla cabina di proiezione e spesso rubava fotogrammi di pellicola. Immaginate l’adesione alla storia nel vedere “Nuovo cinema Paradiso” sublimata nelle vibranti pagine di “C’era una volta il cinema” pubblicate in “Fatti diversi di storia letteraria e civile”.
Esce, infine, l’11 gennaio per Adelphi “Questo non è un racconto. Scritti per il cinema e sul cinema”, che contiene tre soggetti inediti firmati da Sciascia.
 

Giustizia

Per Sciascia quella giusta è un magistero. Quando era giovane impiegato al Consorzio Agrario del suo paese fu costretto ad occuparsi dalle perquisizioni di polizia verso chi nascondeva il grano e non lo consegnasse nelle forme dovute allo Stato. Scoprirono un contadino che aveva un quintale in più del dovuto, e l’arciprete ben quindici. Sciascia che era addetto al controllo fu chiamato a testimoniare e confermò al Tribunale che entrambi gli imputati avevano dichiarato la quantità minore. Il contadino fu condannato a due anni e subito imprigionato. L’arciprete fu assolto. Il giovane Sciascia comprese da allora che la Giustizia è uguale per tutti ma non tutti gli uomini sono uguali.

Hotel Delle Palme

Stupendo albergo liberty palermitano frequentato da Sciascia che vi conobbe ospiti che sembravano usciti da pagine di romanzo. Luogo di summit mafiosi d’alto lignaggio con potenti, Wagner vi terminò il Parsifal e vi si registrarono molti misteri da libro giallo con relativi cadaveri. Sciascia si appassionò molto al presunto suicidio dello scrittore francese Raymond Roussel avvenuto nella stanza 224 alla vigilia del Festino di Santa Rosalia nel 1933 in pieno fascismo. Sciascia ne trasse una sua opera “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel” in cui con dati di fatto contesta la tesi del suicidio. Alla vicenda si ispirò Memè Perlini per girare il film “Grand Hotel des Palmes”. Meno noto il fatto che nel 1964, esattamente sette anni prima della stampa del libro di Sciascia, su un giornale palermitano si leggesse questo titolo: “Rivelazione de L’ Ora su un giallo letterario. La strana morte di Raymond Roussel”. L’autore era Mauro De Mauro, il giornalista che sarà fatto sparire dalla mafia. Sulla sua scomparsa dirà Sciascia: «De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto.»

Infame

La colonna infame. Fu eretta a Milano durante la peste là dove sorgeva la bottega di un barbiere, Gian Giacomo Mora, ingiustamente accusato di essere un untore e ucciso con la tortura. Colonna abbattuta durante l’Illuminismo quando i Diritti vennero salvaguardati. Questi fatti colpirono molto il giovane Alessandro Manzoni che voleva inserirla ne “I promessi sposi”. Ma poi decise di toglierla perché “avrebbe fuorviato il lettore”. Pubblicò, però a parte, come ha recentemente ricordato Enrico Deaglio, il saggio dal titolo “Storia della Colonna infame”. Per Sciascia, devoto esegeta di Manzoni, il saggio insieme a “I promessi sposi” avrebbe dovuto essere reso obbligatorio a scuola per meglio formare i giovani italiani. Nel 1981, ai tempi dei pentiti di terrorismo che collaboravano per salvare le loro impunità, il saggio di Manzoni fu ripubblicato con una nota di Sciascia che affrontava questi temi ma vi aggiunse anche una chiosa moderna sull’epidemia della Spagnola del 1918. Giustamente Sellerio lo ha ripubblicato oggi ai tempi del Covid.
Secondo Adriano Sofri «Il Manzoni di Sciascia non è più il patrono del compromesso cattolico (e tanto meno del compromesso storico) ma l’autore della “Colonna infame”, il robusto e lucido tutore dei diritti della persona e della società civile contro l’invasione dello stato e della storia».

Letteratura

“Un sistema di oggetti eterni che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi- e così via-alla luce della verità. Come dire: un sistema solare”. (Da “Nero su Nero”) Nel sistema solare di Sciascia brillarono molto Pirandello, Borges, Stendhal, Manzoni, Montaigne, Savinio, Borgese, Voltaire, Cervantes.

Moro Aldo

Statista e politico. Per Sciascia il rapimento ne genera “l’affaire”. L’Affaire Moro è strettamente collegato all’affaire Dreyfus stringendo “un patto di mutuo sostegno in forza della voce eccentrica ma autorevole che si leva in entrambi i contesti”. Oggi il libro “L’affaire Moro” verrebbe volgarmente definito un instant book. Invece il volume è “ un testo di natura polimorfa, difficile da categorizzare: un pamphlet, uno studio di documenti e una reinterpretazione letteraria di dati di cronaca nera (sempre cari all’autore)”, Virginia Fattori. “Classico novecentesco della pamphlettistica civilmente impegnata”, Bruno Pischedda. Eccezionale strumento di demolizione della linea della fermezza e di chi sosteneva che Moro era pazzo o non era cosciente di quello che scrivesse, Montanelli addirittura lo riteneva già morto. Sciascia era membro della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani e del rapimento.
Infatti, nelle appendici, Sciascia vi aggiunge la Cronologia dei fatti e la Relazione di Minoranza (di assoluta minoranza chiosa lo scrittore) presentata al Parlamento e scritta in forma molto stringata “nella speranza abbia la sorte di esser largamente letta”, come effettivamente accadde.
Sciascia che aveva avversato Moro al Potere si schiera con lui e il prigioniero “troverà almeno il conforto di un antico avversario disposto ad eternarne in modo solenne la sorte tragica”.

Né con lo Stato, né con le BR

Slogan della campagna per salvare la vita a Moro fatta proprio dai giornali “Il Manifesto” e “Lotta Continua” e attribuito a Sciascia che mai lo scrisse o lo pronunciò come precisa in un’intervista all’Espresso del 1979. L’equivoco (molto pirandelliano, mi viene da scrivere) nasce sul fatto che Sciascia nel 1977, insieme a Montale, si spese molto per comprendere il rifiuto di 16 persone a non voler ricoprire per paura il ruolo di giudici popolare nel processo alle Brigate Rosse aprendo una durissima polemica soprattutto con il Pci. Amendola accusò Sciascia di viltà e scarsa coscienza civile. Lo scrittore replicò: «Chi dentro un partito comunista ha attraversato senza scendere da cavallo lo stalinismo e l’antistalinismo, una giustificazione del suo restare a cavallo deve pur darsela e dare».

Ozio

“Sono un conservatore ma nel senso che voglio conservare il meglio…La letteratura, il fare letteratura, il riposo, quell’ozio attivo di cui sono capaci i popoli mediterranei. La conoscenza, il sapere le cose; e il riconoscimento che ha maggior merito chi più sa, e che agisce in funzione di quello che sa”.

Professionisti dell’antimafia

Indovinato e fortunato titolo dato da Riccardo Chiaberge ad un articolo in Terza pagina del Corriere della Sera che Sciascia firma partendo da una recensione di un saggio Rubbettino sulla mafia ai tempi del fascismo collegandola a coeve vicende siciliane che riguardavano Leoluca Orlando e Paolo Borsellino (che Sciascia non conosceva). Quest’ultimo era stato promosso dal Csm Procuratore a Marsala per i suoi meriti di magistrato antimafia senza considerare il principio (conservatore) dell’anzianità. Ne nasce una polemica furibonda che giunge ai giorni nostri.
Cosa era accaduto? Sciascia, molto malato, aveva raccolto una soffiata in ambienti socialisti e radicali all’epoca impegnati nella campagna sulla Giustizia giusta. Sciascia garantista autentico e disinteressato si era lasciato coinvolgere da suggeritori interessati. Infatti lo scrittore fa autocritica sul punto e in un’intervista al “Segno” corregge la rotta per poi incontrare Borsellino e chiedere scusa.
Sciascia aveva avuto come bersaglio la direttiva del Csm e la retorica dell’antimafia. Lo scrittore, che anche per Borsellino era stato un punto di riferimento, inconsapevolmente, con quell’articolo ha procurato un vestito nobile a politici collusi e giornalisti di parte che da anni si fanno scudo del celebre titolo. Gianni Barbacetto sostiene che “A un congresso della Dc siciliana, accusata di connivenze con la mafia, il pubblico grida all’oratore: «Cita Sciascia, cita Sciascia!»”.
Bella la difesa di Ostellino, direttore del Corriere, che decise di pubblicare l’articolo “perché in modo intelligente e su un delicato argomento come la lotta alla mafia, metteva in risalto i pericoli del pensiero unico”.

Quaquaraquà

Ne “Il Giorno della civetta” una frase segnante è data dal mafioso che offre un paradigma che divide in cinque categorie l’umanità: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, (con rispetto parlando) i piglianculo e appunto i quaquaraquà che ritengo che da allora abbia avuto celebrità e fortuna linguistica oltre la Sicilia. L’etimo sciasciano prende dal verso delle oche. Sostanzialmente uno che parla troppo, il delatore mafioso, un fanfarone non adeguato a quello che racconta.
Nel libro il padrino aggiunge: “dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.” Oggi è un insulto in tutta Italia. Il Coordinamento antimafia di Palermo ai tempi della polemica sull’Antimafia diede del quaquaraquà a Sciascia che replicò per le rime associandoli al sindaco mafioso Salvo Lima.

Radicale

Da giovane Sciascia sostenne i comunisti, ma non aderì mai al Pci, come ha raccontato in un suo libro l’amico Emanuele Macaluso. Sul punto Sciascia era solito citare Brancati: “In Sicilia, per essere veramente liberali, bisogna essere almeno comunisti”.
Occhetto nel 1975 riesce a farlo candidare come indipendente al Consiglio comunale di Palermo. Ma il compromesso storico lo allontana subito dal partito ed egli sceglie di candidarsi con il Partito Radicale sollevando un serio problema di laicità al Pci e l’amico Guttuso lo definirà “apostata”.
Nell’essere radicale Sciascia fu molto illuminista, molto vicino ai filosofi francesi desideranti del 1977 con cui stabilì floridi rapporti. Eletto a Montecitorio e al Parlamento europeo opterà per la Camera diventando un ottimo parlamentare radicale come documenta Andrea Camilleri in “Un onorevole siciliano”, dove pubblica le sue interpellanze. Del resto Sciascia maturò l’idea di scrivere “Il giorno della civetta” assistendo ad un dibattito parlamentare a Montecitorio. Essere minoranza estrema in quell’assemblea gli aprì enormi labirinti di pensiero facendone un radicale atipico.

Sciasciano in Sicilia

“Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte – scrisse poco prima di morire in “A futura memoria” – con coloro che non credevano o non volevano credere nell’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità”.

Teatro

“Il teatro della memoria” è un libro del 1981 in cui Sciascia si diverte ad analizzare la celebre vicenda dello smemorato di Collegno persona contesa tra due donne che avevano perso nel nulla i rispettivi mariti Mario Bruneri e Giulio Cannella dividendo l’Italia fascista in due fazioni contrapposte nel rivendicare chi fosse l’uomo ammalato di amnesia totale ritrovato in un manicomio. Una vicenda molto pirandelliana nel suo versante umoristico. Tra l’altro allo stesso caso Pirandello ha ispirato il suo “Come tu mi vuoi”. Sciascia fu anche drammaturgo scrivendo la commedia “L’onorevole” e la “Recitazione della controversia liparitana” dedicata a Dubcek leader della Primavera di Praga.

Un racconto di Natale

Nel suo primo libro di racconti “Le parrocchie di Regalpetra” Sciascia racconta in poche righe il povero Natale di una classe di ragazzini di un fittizio paesino siciliano qualunque. Un bagno caldo, un film al cinema con il papà, una giocata a carte diventano un diario minimo di grande liricità.
Anni fa fui invitato a leggere una fiaba di Natale in una scuola elementare. Creai qualche sconcerto alle maestre quando appresero il tipo di narrazione che avevo scelto. Ma tenni duro e ai bambini raccontai di questo maestro Sciascia che era diventato un celebre scrittore, leggendo poi il racconto. I bambini apprezzarono e io fui ben felice che Sciascia continuasse ad essere un eretico che incute paura a qualche maestra tradizionale.

Vino

Sciascia era clamorosamente astemio. E lo confida lui stesso nell’articolo “Le luci dei vini” pubblicato nel 1986 sulla rivista “Civiltà del bere” in cui racconta che quando sentiva la parola astemio gli veniva in mente questo aneddoto: “Il padrone offrì, per come si usava, ricotta e vino; ma uno del gruppo rifiutò il vino. ‘Lei è astemio?’, domandò il padrone di casa. ‘No, sono Tascarella da Racalmuto’, rispose l’astemio”. E quindi astemio gli era nome caro come può essere Astolfo “E mi capita dunque frequentemente, poiché sono astemio: confessione che suona certamente strana, qui e ora. E specialmente mi capita quando mi trovo in compagnia di gente che beve; quando cioè il mio non bere diventa un elemento di particolarità, di isolata identità”. Sciascia aveva quindi un rapporto con il vino molto visuale che ha spesso raccontato, come nel suo racconto che dà il titolo alla raccolta “Il mare colore del vino” in cui omaggia le citazioni omeriche : “(Odissea, I, 183: “… navigando sul mare color del vino verso genti straniere…” e VI, 170: “ Ieri, al ventesimo giorno, scampai al mare colore del vino”).

Zolfo

“Senza l’avventura della zolfara non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere, del raccontare per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso Di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza. E per noi” Così Sciascia sigilla il suo “Alfabeto pirandelliano” a conclusione della voce “Zolfo” che chiude anche il volume di Matteo Collura “Alfabeto eretico”.
Come Pirandello, anche Sciascia ebbe nella zolfara la sua drammatica radice umana e letteraria. Ma i Pirandello le gestivano, i parenti di Sciascia vi avevano lavorato. E infatti nelle Parrocchie di Regalpetra trovate scritto: “Uomini del mio sangue furono carusi nelle zolfare”.

FaC

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