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Dal Filorosso la proposta di una rete culturale per l’area urbana

La formula magica è “fare rete” ossia valorizzare “le cose che abbiamo in comune” guardando alle differenze come una ricchezza. L’obiettivo della tavola rotonda su “Lavoro creativo, spazi condivisi, città possibili”, organizzata il 14 dicembre scorso al DAM dell’Università della Calabria in occasione del 23° compleanno del Filorosso, era mettere insieme intorno a un tavolo diverse realtà culturali dell’area urbana, alcune più giovani altre più anziane, amatoriali o professionali, che operano nell’ambito del teatro, del cinema, della musica, del fumetto, della comunicazione, dell’editoria, della fotografia. Associazioni nate al Filorosso e associazioni nate altrove ma che dal Filorosso sono transitate, perchè qui hanno trovato spazio per allestire uno spettacolo, per realizzare un laboratorio, per organizzare un’iniziativa o semplicemente per incontrarsi e confrontarsi, per maturare idee e progetti. Obiettivo raggiunto quindi, vista l’ampia partecipazione: 18 interventi per quasi tre ore di discussione. A prendere la parola, nell’ordine, sono stati: Daniela Ielasi (Filorosso, Entropia), Iris Balzano (Libero Teatro), Fabio Vincenzi (Teatri Unical), Maria Grazia Bisurgi (Conimieiocchi), Francesco Cangemi (Arcadia, Coessenza), Ester Apa (Picicca, Cameraconvista), Ivo Miraglia (Museo del Fumetto), Ernesto Orrico (Zahir), Giulia Ariani (Civicamica), Antonio Conti (Entropia), Dario De Luca (Scena Verticale), Nunzio Scalercio (Spigaweb), Fiorenza Gonzales (Ottoetrenta), Mimmo Talarico (Attiva Rende), Erminia Marino (Cinepresi), Davide Ioele (Rete Cinema Calabria), Imma Guarasci (Maschera e Volto), Tommaso Caruso (Ladri di luce). Assenti, hanno mandato un saluto Delia Dattilo (Tecnè) e Maria Rosaria Donato (Falso Movimento). 

“Questa è l’interazione fra università e città che il DAM persegue ancora oggi – ha detto nell’introduzione Daniela Ielasi – nel rispetto della missione originaria dell’ateneo calabrese, che era quella di contaminare il territorio e stimolare il cambiamento di questa terra attraverso la cultura. C’è una generazione di persone che ha deciso coscientemente di rimanere in quest’area della Calabria, investendo tempo e denaro, continuando ad animare spazi autogestiti, tessendo relazioni, facendo della propria passione un mestiere”. Questa storia è nata dal basso, dall’autorganizzazione del lavoro creativo, che in maniera autonoma rispetto alle istituzioni, anzi confrontandosi e scontrandosi se necessario con esse, ha praticato altre strade, dando vita ad un fermento culturale che non ha eguali in Calabria e che ha poco da invidiare al resto del Paese.
Niente accade per caso: Cosenza ha una tradizione culturale antica e più di recente, durante l’esperienza amministrativa di Giacomo Mancini – più volte citato negli interventi, insieme a Franco Piperno e Franco Dionesalvi – l’area urbana ha conosciuto una stagione culturale molto intensa. E’ opinione comune che Cultura e Politica siano fortemente intrecciati, proprio per la natura “pubblica” della Cultura: senza una visione culturale la Politica non va lontano, e senza la giusta sensibilità e la necessaria competenza nelle istituzioni, la Cultura rischia di diventare marginale e di subire un arretramento, non solo per gli operatori ma per l’intera comunità. “Nè possiamo aspettare il prossimo politico illuminato – si legge nel report della tavola rotonda – abbiamo la maturità e sentiamo la responsabilità di agire, convinti che solo un’azione comune e partecipata può modificare radicalmente il tessuto sociale, lasciando una traccia duratura nel tempo”.
Ecco, oggi ci troviamo esattamente in questa fase: secondo alcuni è la fase della decadenza e della regressione, secondo altri semplicemente è una fase di stallo. A Cosenza non c’è più la Casa delle Culture e la Biblioteca Civica rischia di chiudere, c’è il Museo del Fumetto che resiste, produce e mantiene un “presidio” nel centro storico, rapportandosi con il disagio e con l’inadeguatezza degli interventi (Ivo Miraglia). Non c’è più il Monitore Brutio, che ha rappresentato un esperimento unico di comunicazione sul web da parte di un’amministrazione comunale (Nunzio Scalercio, Francesco Cangemi). Il Teatro Morelli, che per tre anni ha ospitato le stagioni del More, oggi non è più residenza teatrale, stessa sorte per il Teatro di San Fili, e per il PTU, Piccolo Teatro Unical: le compagnie si sono dovute trovare altri spazi per continuare a lavorare. I teatri Unical restano dell’università, senza interagire più di tanto con la città. A Rende, il Museo del Presente ospita sporadiche iniziative, ma resta lontano dall’idea iniziale di spazio aperto sul contemporaneo (Mimmo Talarico). Succede quindi che mentre da una parte gli spazi culturali nati dal basso continuano a resistere (citato a proposito il Teatro dell’Acquario), scontrandosi con mille difficoltà (risorse umane ed economiche su tutte), gli spazi “del Comune” stentano a diventare spazi “della Comunità” (Ernesto Orrico). Questo è vero per i teatri, per i musei, per le biblioteche, che potrebbero essere spazi vitali e vivi ogni giorno, grazie alle associazioni e agli operatori culturali.

Sono emersi pertanto due piani sui quali lavorare: dal basso si possono costruire reti, percorsi di confronto e condivisione continuativi, che tengano dentro amatori e professionisti nel rispetto delle differenze, una comunicazione efficace e un calendario condiviso (Ester Apa), una narrazione comune, progetti culturali per la rigenerazione dei centri storici e delle comunità (Maria Grazia Bisurgi, Daniela Ielasi), sinergie per l’educazione e la crescita del pubblico, linguaggi capaci di parlare alle nuove generazioni (Davide Ioele, Antonio Conti).
L’altro livello riguarda inevitabilmente la Politica, intesa come cura della città: è necessario “fare lobby” nel confronto con le istituzioni (Dario De Luca), pretendere una programmazione seria e bandi nei tempi giusti, arginare la politica degli eventi e spingere su progetti a lungo termine, che abbiano una reale ricaduta sul territorio (hub culturali) anche in termini di formazione e lavoro, chiudere con gli spettacoli gratuiti cari ai sindaci e con i fondi a pioggia (Fabio Vincenzi), occuparsi del dopo spettacolo creando socialità (Iris Balzano), pretendere spazi per le associazioni in un’ottica di “scambio sociale” (Ernesto Orrico), applicare il regolamento dei beni comuni (Giulia Ariani).
“La nostra proposta operativa – conclude il report della giornata – è di tracciare insieme una mappa degli spazi urbani, che metta in luce funzionamento e potenzialità dell’esistente. Una mappa che serva a noi per orientarci, ad altri per aggregarsi, alla città culturale per prendere forma e rendersi visibile. Una mappa condivisa che evidenzi la ricchezza esistente e le lacune da colmare a partire dal basso e nel confronto con le istituzioni locali. Serviranno altri incontri, ma un passo avanti è stato fatto”.

r.f.c.

FaC

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