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Filorosso compie 23 anni, festa al DAM con artisti e associazioni

“Abbiamo bussato e siamo entrati, in quello spazio desolato e semiabbandonato al Polifunzionale, c’erano due impiegati, computer accatastati, un’emeroteca. I cubi erano ancora in costruzione, ma molti dipartimenti si erano già trasferiti. Quello spazio così bello, con le vetrate che dominano l’Orto botanico, era un deposito. Noi lo immaginavamo diverso, un po’ com’è oggi (il DAM), un luogo di incontro e socialità, di studio e di autoformazione, di informazione indipendente e di produzione culturale per la comunità universitaria e il territorio. Quell’idea l’abbiamo praticata da subito, con curiosità e voglia di sperimentare”.
Era il 14 dicembre 1995, un giovedì apparentemente uguale agli altri, mattina non troppo presto. L’autunno è ancora “caldo” e sembra un’occupazione studentesca come le altre. Invece quello spazio chiamato Filorosso resisterà fino ai giorni nostri. Ventitré anni sono passati e nello stesso spazio si ritroveranno questo pomeriggio studenti di allora e di oggi, artisti, operatori e associazioni culturali, per una tavola rotonda dal titolo “Le cose che abbiamo in Comune. Lavoro creativo, spazi condivisi, città possibili”, introdotta dal direttore del nostro giornale, Daniela Ielasi.  


“Quest’anno vogliamo festeggiare – si legge nella lettera di convocazione – aprendo il DAM alla città, insieme alle associazioni artistiche e culturali con cui in questi anni abbiamo condiviso spazi, idee, iniziative, progetti. Compagnie teatrali, gruppi musicali, cinefili, fumettisti, fotografi, scrittori, piccoli editori, giornalisti, grafici, smanettoni del web, tutti alle prese con una mole di lavoro entusiasmante quanto problematica. Artisti e operatori pieni di creatività, coraggio, passione civile, si industriano e si adoperano senza sosta, superando la prova del tempo, radicandosi e resistendo. Le potenzialità di questo impegno, teso ad innovare, a diffondere cultura al tempo dell’ignoranza al potere, a tessere relazioni sociali nella società dell’individualismo, ad inventare nuove forme di vita e di lavoro, sono innegabili.
Noi ci troviamo in un luogo strategico per la formazione della coscienza critica, l’Università della Calabria, da cui transitano migliaia di giovani. Per questo sentiamo la responsabilità di sperimentare, di cercare altre strade, altre relazioni, altre parole. Uscire per contaminare il territorio, perché quello che abbiamo in Comune non ci basta. Le città possibili che abbiamo in mente sono città i cui spazi culturali sono condivisi, funzionanti, attrezzati, efficaci e produttivi. Spazi pubblici, in cui fare formazione e informazione, lavorare, progettare, convinti che solo la Cultura può rigenerare il tessuto urbano e civile del nostro Sud.
Cosa possiamo fare insieme perché la città che abbiamo in mente diventi reale, ricca di partecipazione, lavoro creativo riconosciuto, rapporti sociali continuativi, un senso civico e comunitario diffuso? Siamo abbastanza maturi da provare a costruire una proposta culturale organica, capace di condizionare, di diventare “egemone”, di influenzare la politica e le istituzioni? Quando passeremo dalla resistenza all’esistenza? Forse nessuno di noi avrà la risposta, ma mettere insieme le domande giuste e su quelle cominciare a interrogarci, ci sembra già un passo in avanti. Chiunque condivide questo spirito propositivo e sente di contribuire positivamente alla discussione è il benvenuto”.

r.f.c.

FaC

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