Nei giorni scorsi il procuratore della repubblica di Cosenza, Vincenzo Capomolla, ha incontrato gli studenti del corso di Pedagogia dell’Antimafia dell’Unical. Argomento della discussione: la necessità della lotta contro la diffusione di sostanze stupefacenti. Dopo aver evidenziato che quello dell’area urbana è un “territorio funestato dalla diffusione e dall’uso di sostanze stupefacenti”, il procuratore ha espresso la necessità di una “maggiore sensibilizzazione non solo nell’evitare la droga, ma anche a percepirne maggiormente il pericolo”. Secondo lo stesso Capomolla, infatti, anche le cosiddette droghe leggere non lo sono ormai più di tanto «perché – ha spiegato – contengono principi attivi elevatissimi rispetto a quelli che presentavano anche solo qualche anno fa». E questo, per il procuratore, significa soltanto una cosa: «mettere in campo ogni sforzo sul piano della repressione sia del mercato della sostanza stupefacente sia dello spaccio locale.”

Come collettivo che da anni si batte per l’affermazione e la diffusione di una cultura antiproibizionista sul territorio rimaniamo francamente sconcertati che ancora nell’anno 2025 e all’interno di un’aula universitaria, per di più in un contesto di studio afferente all’area pedagogica, si continui a reiterare il dibattito sulle sostanze a partire da un punto di vista essenzialmente criminalizzante e repressivo. Mentre cambiano gli orientamenti globali sul tema, dalla granitica politica ONU (che afferma, ormai da molti anni, la necessità di mettere in campo strategie di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi) a quella europea (in molti Paesi esiste da tempo la possibilità di accesso a stanze del consumo, al drug-checking, ai cannabis social club), stupisce non poco che tanti operatori (del diritto, della sanità, della scuola e dell’università) e una fetta ancora significativa della società scientifica restino così ostinatamente sordi e ciechi.
Soltanto pochi giorni fa, dal 6 all’8 novembre, abbiamo partecipato alla Contro-Conferenza Nazionale sulle Droghe di Roma. È stata per noi un’occasione importante per constatare come, nonostante il vento repressivo che soffia da destra, l’ostracismo governativo ormai istituzionalizzato e lo stucchevole immobilismo di buona parte del dibattito pubblico in materia, esiste nel nostro Paese una rete capillare di associazioni, gruppi di base, medici, giuristi, operatori dei servizi pubblici e privati che provano con difficoltà e determinazione ad affermare altri principi, lavorando attivamente da una prospettiva etica e sociale verso il superamento del paradigma fallimentare della War on Drugs di reaganiana memoria.
Da decenni ormai, a livello nazionale, europeo e internazionale, le linee guida di un piano alternativo esistono e si confermano fra le esperienze più avanzate ed efficaci al mondo: valutazione scientifica e indipendente degli esiti delle attuali politiche proibizioniste e non; spostamento dell’asse dal penale verso un governo sociale del fenomeno; completa depenalizzazione e decriminalizzazione dell’uso di sostanze (compresa l’abolizione delle stigmatizzanti e inutili sanzioni amministrative); cambio del paradigma del sistema pubblico da un modello essenzialmente morale-patologico verso una reale tutela e promozione della salute anche delle persone che usano droghe (PUD); abbassamento delle pene e alternative al carcere per i piccoli reati di spaccio; regolazione legale della cannabis; sviluppo delle politiche di Riduzione del Danno (considerate persino dalla normativa vigente come Livelli Essenziali di Assistenza); riscrittura della normativa sulle droghe in linea con il rispetto delle persone e dei Diritti Umani (è l’Alto Commissariato ONU a chiedercelo con forza!); libertà e sostegno alla ricerca indipendente; inclusione della società civile e delle PUD nei processi decisionali.
Su tutto questo non partiamo certo da zero: abbiamo nei cassetti del Parlamento proposte di legge che giacciono in attesa di essere discusse; abbiamo dati inoppugnabili, modelli operativi vincenti ed efficaci, conoscenze e competenze maturate in decenni di lavoro sul campo. Aspettiamo soltanto che i Governi, le Procure, l’Accademia si sveglino una volta per tutte dal loro atavico torpore e da quel riflesso pavloviano che le spinge a reiterare ossessivamente le parole d’ordine moralizzanti della criminalizzazione, della repressione e della patologizzazione delle vite delle persone in carne e ossa, al di là di qualsiasi evidenza contraria.
Fino a quando invece si continuerà a guardare alla DROGA (al singolare!) come un mostro senza testa da cancellare completamente dal panorama storico e sociale delle civiltà umane e alle PUD come dei pericolosi devianti da stigmatizzare e criminalizzare, le MAFIE (queste sì al plurale!) continueranno a prosperare e ad accumulare profitti stratosferici, lucrando sul disagio e sul dolore, soprattutto dei più fragili e dei più indifesi.
Filorosso ‘95




