CULTURA Teatro

Giovani talenti si misurano con Čechov, scommessa vinta per Rossosimona

Debutto alla regia per Giovan Battista Picerno, neolaureato magistrale in Dams con la passione per il teatro, che martedì 18 Dicembre ha messo in scena “Čechov racconta” al Piccolo Teatro dell’Università della Calabria. Lo spettacolo è il risultato di un percorso di ricerca maturato all’interno del progetto “Allievi in Scena” della compagnia Rossosimona ed è stato realizzato dagli studenti del corso di formazione per attori (Claudia Rizzuti, Federica Suraci, anche assistente alla regia, Francesco Guzzo Magliocchi, Alessandra Curia, Stefania Scola e Salvo Caira) tenuto da Lindo Nudo, direttore di produzione. L’esito non ha deluso le aspettative, incoraggiando l’opinione di quanti credano sia importante sostenere i giovani artisti, investire nei loro progetti dando la possibilità di esprimere liberamente il proprio senso dell’arte. Testi e musiche originali a firma di Vincenzo Caputo, con cui Picerno ha condiviso l’esperienza della Compagnia dei Rozzi, insieme a Jacopo Caruso, tecnico audio e luci. Un lavoro che mette a frutto anni di appassionata formazione accademica per alcuni, e che rappresenta il primo confronto con la scena per altri.
Picerno sceglie di raccontare Čechov attraverso una fitta trama, animata da personaggi inquieti, fisicamente e mentalmente. La scenografia essenziale ma dinamica e molto espressiva curata da Caterina Cozza, con un contributo di musiche e luci appropriato e suggestivo, accompagna i personaggi in ambienti diversi, dalla fabbrica al manicomio, dal salotto borghese al cimitero. Ispirato alle trame di tre racconti, “Jonyč”, “Un caso di pratica medica” e “Reparto n° 6”, lo spettacolo segue l’evoluzione spirituale del Dottore, che invano cerca qualcuno con cui condividere le trepidazioni di un’anima angosciata dalla frivolezza e dalla banalità della vita provinciale, a cui lo lega il suo lavoro di psichiatra nel manicomio cittadino, per scelta prima e per forza poi. Quella del Dottore è una ricerca affannosa di dialogo, una fame intellettuale e sentimentale destinata a rimanere inappagata, che renderà sempre più labili i confini tra follia e razionalità per un uomo che siede al capezzale dei suoi pazienti e risponde alle domande che la scienza è incapace di soddisfare.
Se per tutti i personaggi il Dottore è un dottore, la scena restituisce il ritratto di un uomo prima di tutto, un filosofo che non smette di interrogarsi e interrogare il mondo, in un costante fermento spirituale, restituito bene dal movimento della scena. Il Dottore è solo, e quando finalmente cattura le attenzioni della sua comunità il giudizio è severo e lo costringerà a tornare in manicomio, ma questa volta senza camice.  In una società incapace di riconoscere altro al di fuori dei ruoli, un Dottore senza camice è un uomo nudo, vulnerabile e indifeso, un uomo invisibile la cui voce non fa più rumore. Mentre la comunità professionale e sociale lo mette alla gogna, e mentre tutti lo giudicano, Dimitri, uno dei suoi pazienti, diventato con il tempo il suo più caro (e unico) amico, smette di farlo. Solo nelle conversazioni con Dimitri sullo spirito e sulla sua natura forse immortale, il Dottore riesce a risollevare l’animo dalle banalità della vita e dei salotti borghesi. Ma se la simmetria dei ruoli è facile da accettare per chi si trova in una posizione di potere, non lo è certamente per Dimitri, che rinnega la giustizia di una società violenta verso chi non rientra nei canoni di una normalità arbitraria. Da anni Dimitri non vive più come un uomo e il Dottore non può comprendere cosa questo voglia veramente dire prima di perdere la sua libertà: quando se ne rende conto, l’unico confronto possibile è con il ghigno amaro di Dimitri, poco prima che venga ucciso dalle guardie del manicomio. Chiude la scena un epicedio di pianti e risa dei pazienti che si confondono nelle luci cupe.

Maria Pia Belmonte

FaC

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