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La Sinistra unitaria di Lucano tiene dentro tutti, tranne Minniti

“Io non voglio candidature, voglio solo fare il sindaco. Voglio giustizia per me e per Riace”. Mimmo Lucano, sindaco sospeso ed esiliato del piccolo centro jonico reggino, è semplice e diretto quando parla. Non c’è ars oratoria, non c’è dizione, non c’è intonazione, non c’è retorica: la sua parola arriva dritta dove deve arrivare, a tutti, indistintamente. Intervistato dal giornalista RAI Pietro Melia, ha aperto ieri pomeriggio all’Università della Calabria, in una sala gremita, il dodicesimo congresso regionale della Cgil. In prima fila siede il Magnifico Rettore Gino Mirocle Crisci con una poltrona vuota a fianco, riempita subito dopo dal governatore Mario Oliverio. Dall’altra parte, Peppino Lavorato, vecchio dirigente del Partito Comunista, parlamentare e sindaco di Rosarno. Ci sono i delegati giunti da tutta la Calabria, che oggi proseguiranno i lavori fino alla riconferma di Angelo Sposato alla segreteria regionale.

Il sindacato che a gennaio si riunirà in congresso nazionale a Bari per eleggere il suo nuovo segretario generale – Maurizio Landini il nome più accreditato, ndr – sembra orientato a una linea più radicale, e nessuno meglio di Lucano rappresenta in questo momento la Sinistra possibile. Perché l’idea di Sinistra che Lucano ha in mente è un’idea che unisce, e tiene insieme i centri sociali, l’associazionismo di base, il sindacato, e persino il Partito Democratico. Al PD di Oliverio il sindaco è particolarmente legato: “ha impedito una deportazione”, ricorda alla platea, nominandolo e ringraziandolo ripetutamente. Al contrario di Marco Minniti, il ministro responsabile delle prime ispezioni e della relazione sulle presunte irregolarità del “modello Riace”. “Minniti era un compagno”, non si dà pace Mimì capatosta al pensiero che chi ha militato nel glorioso PCI possa avere un approccio così poliziesco e disumano verso il fenomeno dell’immigrazione. “Oggi ai giornalisti che glielo chiedono, lui risponde che ‘Riace è un esempio da tutelare’, ma non è mai venuto a Riace né mi ha mai ricevuto, nonostante io abbia provato tante volte ad incontrarlo”.
La famosa relazione che ha inguaiato lo Sprar, che Lucano definisce “conflittuale” perché firmata da un’ispettrice legata ad altri progetti d’accoglienza in Calabria, si è concentrata intenzionalmente sui cavilli burocratici, tralasciando quanto di buono è stato fatto in “una terra così arida e depressa come la Locride”. Ed è vero: non lo capisci fin quando non metti piede a Riace. Il paesaggio è quasi bruciato dal sole, c’è un immobilismo surreale, le case vuote, mancano i giovani, quel poco di economia che si muove è ancora sotto il giogo delle ‘ndrine locali mai estirpate del tutto. Qui è fiorita l’utopia, il villaggio globale di Mimmo Lucano, uomini, donne e soprattutto bambini venuti dal mare a ripopolare un borgo abbandonato, ridando speranza alla gente del posto. Un miracolo laico, raccontato da Wim Wenders e riconosciuto a livello internazionale. “Se è possibile a Riace, è possibile ovunque: è questo il messaggio ‘pericoloso’ che vogliono fermare”, continua Lucano. Quando le parole d’ordine sono “invasione” ed “emergenza”, è chiaro che “accoglienza” e “integrazione”, prima normali e di senso comune, appaiono oggi come vocaboli buonisti, controcorrente, rivoluzionari. Ma mai come in questo momento storico bisogna avere il coraggio di scelte “normali”: Lucano ricorda Becky, la cittadina nigeriana di Riace morta carbonizzata nella tendopoli di Rosarno, perché esclusa dal sistema di accoglienza, e Soumaila Sacko, il sindacalista maliano ucciso quest’estate a fucilate poco distante dalla stessa tendopoli. “Il sindacato deve ripartire da qui, dai braccianti, dall’esempio di Soumaila, se vuole difendere i lavoratori”, conclude Lucano fra gli applausi.
A Roma sabato scorso contro il decreto “sicurezza” presentato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che potenzia il “modello Rosarno” a discapito degli Sprar, c’è stata una grande manifestazione, a cui lo stesso Lucano ha partecipato e parlato. Quella piazza, senza bandiere di partito, poco raccontata da giornali e telegiornali, ha tracciato una strada e disegnato una comunità possibile. Una comunità che deve anche saper scegliere i suoi simboli. E la Cgil ha scelto. Al sindaco sospeso ed esiliato, allo “zero” di Salvini, il sindacato ha consegnato la tessera ad honorem mentre la platea lo salutava intonando “Bella Ciao”. 

Daniela Ielasi

FaC

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