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Lezione di Serianni su italiano e migranti apre l’anno accademico del DiSU

Il rapporto fra lingua e democrazia, dopo oltre 150 anni dall’Unità d’Italia e dopo la morte di Tullio De Mauro, che a questo rapporto ha dedicato gran parte della sua florida produzione scientifica, è tornato di stringente attualità. L’integrazione linguistica dei migranti che vivono in Italia non è un obbligo ma un diritto, sancito dalla Costituzione italiana e ribadito dall’Europa. Una piena democrazia passa anche dall’integrazione linguistica.
“Italiano, italiani e migranti” è il titolo della lectio magistralis che Luca Serianni, autorevole storico della lingua italiana, ha tenuto stamattina in aula Alcaro per inaugurare il nuovo anno accademico del Dipartimento di Studi Umanistici (DiSU). Dopo i saluti del neo direttore Francesco Garritano, è stato l’ex direttore Raffaele Perrelli a introdurre il gradito ospite. Un ritorno per Serianni, all’Unical già nel 2007, quando c’erano ancora le vecchie facoltà, spazzate via dalla riforma Gelmini. Nonostante il calo delle iscrizioni come in altri atenei, e il depauperamento degli atenei del Sud a vantaggio di quelli del Nord, “il nostro dipartimento ha tenuto bene – puntualizza Perrelli – registrando un numero di iscrizioni annualmente invariato: segno che c’è ancora bisogno di noi”.


C’è bisogno di umanità oltre che di umanistica, nell’era disumanizzante che viviamo. E c’è bisogno di “una preliminare operazione di verità” – così la chiama il professor Serianni – per stroncare sul nascere la nota mistificazione sulla presunta “invasione” di migranti nel nostro Paese. “Quattro milioni di cittadini extracomunitari vivono in Italia, provenienti soprattutto da Marocco, Albania e Cina, oltre a un milione di cittadini rumeni e circa 300mila nuovi italiani, complessivamente il 10% della popolazione italiana (dati Istat 2016)”. Dal punto di vista della diffusione dell’italiano, la presenza dei migranti rappresenta un’occasione inedita e preziosa. Infatti, nonostante la lingua italiana sia la quarta più studiata al mondo, gli studenti di italiano nel mondo sono poco più di due milioni distribuiti in 115 Paesi (Romania, Albania, Tunisia, Egitto in testa). E’ inoltre noto quanto sia dirimente la motivazione nell’apprendimento di una lingua: “la distanza fra le lingue non è mai ostativa, conta la motivazione”, faceva notare un altro importante linguista scomparso di recente, Alberto Mioni. La motivazione ad apprendere la lingua – tranne rare eccezioni, come quella della comunità cinese, molto chiusa al suo interno – è più forte fra i migranti che non fra gli studenti, che spesso si avvicinano all’italiano per mera “italsimpatia”, perché il nostro è pur sempre il Paese dell’arte, del cibo e della moda. Ne consegue anche un apprendimento assai mediocre. Si è infine esaurita la spinta della grande emigrazione del secolo scorso: le nuove generazioni all’estero hanno completamente perso la lingua madre, resistono qua e là forme dialettali. Né la nuova emigrazione altamente qualificata del nostro tempo sembra destinata a invertire la tendenza: i cervelli in fuga acquisiscono persino più velocemente la lingua del Paese d’arrivo. 
Appare pertanto innegabile l’enorme potenzialità delle migrazioni per il futuro della nostra lingua: se è vero che la lingua è un corpo vivo e – come insegna Saussure – inscindibile dalla “massa parlante”, si capisce quanto sia indispensabile investire sull’insegnamento della lingua italiana agli stranieri che arrivano in Italia. Invece, a fronte di tanti sforzi del Ministero degli Esteri per la diffusione dell’italiano nel mondo, ben poco viene fatto all’interno dei confini nazionali. I tentativi in questo senso rivestono al momento il carattere dell’obbligo e non del diritto: la legge Maroni introduceva la certificazione del livello A2 per l’accesso alla cittadinanza italiana, ora il ministro Salvini punta ad alzare ulteriormente l’asticella, portandola al livello B1. Niente di più lontano dal diritto all’integrazione linguistica.

Daniela Ielasi

FaC

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