CULTURA Donne

Lingua italiana, quel sessismo difficile da sconfiggere

Il linguaggio riproduce i rapporti di potere, risponde alle strutture sociali, alla cultura. Impuntarsi sulle parole equivale ad impuntarsi sulla sostanza delle cose, e bisogna farlo.
Questo percorso, iniziato nel 1986 con la pubblicazione de “il sessismo nella lingua italiana” a cura di Alma Sabatini, e oggi non ancora concluso, è stato tema di dibattito dell’incontro svoltosi ieri nella Biblioteca Assemblea legislativa per la presentazione del libro “Il sessismo nella lingua italiana, trent’anni dopo Alma Sabatini” e che ha visto come ospiti, oltre i due autori del libro, Anna Lisa Somma e Gabriele Maestri, anche Federica Formato PhD in Linguistics su lingua e genere nel Parlamento italiano e l’avvocata e consigliera regionale dell’Emilia Romagna Roberta Mori. Nonostante dal 1986, l’italiano – ma soprattutto la società italiana – ha fatto lunghi passi in avanti, ci sono ancora oggi tantissime resistenze non soltanto da parte dei parlanti ma anche, per certi versi, dalle istituzioni comprese quelle culturali, ragioni che già Alma Sabatini aveva evidenziato nel 1986.

Annalisa Somma , autrice

“Se i media tradizionali, a cui la Sabatini si era dedicata, hanno fatto già dei passi avanti, sui social possiamo notare che l’attenzione verso i generi, verso le differenze, è ancora carente” sostiene Anna Lisa Somma. Il tema delle parole è un tema tralasciato, le parole identificano gli oggetti e i soggetti della nostra vita quotidiana, descrivono ciò che esiste e ciò che non esiste, per cui individuare le professioni, declinare le professioni al femminile e sforzarsi di applicare in modo corretto la lingua italiana è uno sforzo di riconoscimento di ciò che esiste, della soggettività femminile che purtroppo nella neutralizzazione ormai secolare scompare dal dibattito pubblico.

Se, infatti, le parole non sono in uso corrente, se non sono rivestite di un’autorevolezza – ecco perché sono importanti le istituzioni e la stampa – è chiaro che possono risultare cacofoniche o addirittura errate, come ad esempio “prefetta” o “avvocata”. Ma non è la lingua ad essere sessista bensì è chi la usa che tende ad avere delle affiliazioni con un’idea sessista. “È importante pensare da dove origina tutto ciò, il sessismo – sottolinea Federica Formato – è lo sbilanciamento storico tra gruppi di persone, in particolare uomini e donne”. In maniera linguistica la letteratura ci parla di due sessismi, quello diretto (che considera ad esempio la formazione del femminile delle professioni) e un sessismo indiretto (proverbi, modi di dire). C’è tutto un arsenale della lingua che può essere utile, in base a chi la usa, per attaccare le donne. Dovrebbe svilupparsi dunque una consapevolezza duplice, da un lato grammaticale, perché la lingua italiana permette l’inclusione delle donne, che parta dalle scuole elementari, dall’altro una consapevolezza socioculturale, perché tutte queste resistenze sono la conseguenza di una serie di fenomeni storici, sociali e di una stratificazione di pregiudizi.

Annalisa Paviglianiti

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