CULTURA Teatro

Lui il criminale, noi i giudici. Al PTU coinvolgente monologo di Striano

Una scomoda realtà, raccontata da Salvatore Striano, ha sorpreso tutti i presenti al Piccolo Teatro Unical nella giornata del 29 Maggio. “Il Giovane Criminale” è il titolo di un testo di Jean Genet mai andato in scena, ricco di elementi autobiografici a cui Salvatore Sasà Striano si ispira per la sua magistrale interpretazione. E’ il racconto in prima persona dell’attore, scrittore e drammaturgo che visse a Napoli da latitante finché non venne arrestato e detenuto a Madrid per poi essere trasferito al carcere di Rebibbia dove si appassionò al teatro.
Striano, volto noto al cinema per “Gomorra” di Matteo Garrone e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani,  esordisce sul palco con una provocazione rivolta al pubblico: “Questa sera io non sarò l’attore e voi non sarete gli spettatori. Facciamo una prova! Io sarò il detenuto, il delinquente, il criminale, e voi, voi sarete gli avvocati, i giudici, i politici, i giornalisti. Vediamo se funziona! E giudicatemi solo alla fine!”
Il narratore parte dalla sua infanza, racconta di come lui e il suo amico iniziarono a compiere dei piccoli furti come segno di ribellione alla società e alla scuola. Scoperti da una guardia, i due “scugnizzi” furono rinchiusi in uno sgabuzzino e puniti con uno spillone infilato nelle mani. La violenza subita generò un forte sentimento di odio verso il potere, rappresentato sia dalle forze dell’ordine sia dalla camorra. Infatti anche un altro episodio segna il narratore, qualcosa che accade durante la sua adolescenza. Stava consegnando il giornale ad uno dei boss della zona, quando questi, sentendosi male chiede al ragazzo di essere accompagnato in ospedale, dove il giovane lo porta in motorino. Al pronto soccorso i due vengono fermati da un poliziotto che riconosce il boss. Allora il camorrista, per non essere arrestato, incolpa il ragazzo di essere in possesso di una bustina di cocaina, lasciata cadere a terra di proposito da lui. Dunque Salvatore, per paura di essere ucciso, conferma l’accaduto e viene arrestato.
La sua permanenza nelle carceri gli fa conoscere la dura realtà che si cela all’interno di queste strutture. La prevaricazione del forte sul debole, la disumanità delle guardie carcerarie nei confronti dei detenuti e l’assenza di un’istruzione sufficiente alla “rieducazione”.
Emblematico il gesto finale di Striano che, gettando la pistola a terra, pronuncia queste parole: “A me non serviva questa ma ciò di cui avevo bisogno in carcere erano questi: i libri!”.
A fine spettacolo, importanti gli interventi da parte dei docente di diritto penale Raùl Zaffaroni e Mario Caterini (quest’ultimo all’Università della Calabria). Zaffaroni, concordando con il messaggio trasmesso dall’attore, sottolinea la funzione rieducativa della pena che non deve consistere nella reclusione ma nel trovare nuove soluzioni all’interno di percorso istruttivi e rieducativi adatti ad una effettiva reintegrazione nella società.

Sonia Rizzuto
Varacalli Giuseppina

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