Unical UNIVERSITÀ

“Non c’era la cattedra, né il libro di testo”, la scuola di don Milani raccontata agli studenti

Nell’aula virtuale Falcone-Borsellino si è tenuto uno degli incontri del Laboratorio di Pedagogia dell’Antimafia, ciclo seminariale per gli studenti di Scienze dell’Educazione giunto alla decima edizione e coordinato dal professore Giancarlo Costabile: ospite in collegamento Edoardo Martinelli, allievo di don Milani e coautore di “Lettera a una professoressa” (nella foto insieme).

Don Lorenzo Milani arrivò nel 1954 nella piccola Vicchio, in Mugello, dove istituì nella canonica una scuola a tempo pieno con l’obiettivo di portare tutti i suoi studenti ad un livello uguale e dignitoso di alfabetizzazione. Martinelli svela un ricordo legato ai banchi della scuola di Barbiana: era arrivato a Vicchio con l’intenzione di lasciare la scuola ed andare a lavorare, come spesso succedeva in quegli anni, ma l’idea rivoluzionaria di don Milani stravolse i suoi piani. “Non c’era la cattedra, non c’era il libro di testo e noi ragazzi ci si riuniva attorno a dei tavoli”, racconta. Così il precettore aveva cambiato la scuola, ribaltando il rapporto professore-studenti.

Don Milani conosceva a fondo i propri studenti, l’ambiente da cui provenivano e le situazioni familiari spesso difficili, e mescolava i saperi per permettere di creare un filo logico di ragionamento ramificato nei ragazzi. Niente di più lontano dalla sequenzialità della lezione frontale. Lo scopo del Maestro era di formare adulti e futuri cittadini, non di istruire ad un lavoro. Tutto ciò suscitò delle feroci critiche al precettore, sia dal mondo della chiesa che da quello laico, a cui gli studenti ed il loro maestro risposero nel 1967 con “Lettere ad una Professoressa”, frutto della scrittura collettiva della scuola di Barbiana ed aperta denuncia del metodo didattico di quegli anni, che privilegiava situazioni più agiate invece di incentivare l’istruzione nelle zone povere.

Pubblicato un mese prima della sua morte, divenne in seguito uno dei manifesti delle rivolte studentesche del ‘68, ispirando altri testi rivoluzionari come “L’istituzione negata” di Franco Basaglia. Quando fu accusato di apologia ed incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile nel 1966 (la sua colpa era quella di aver scritto la Lettera ai cappellani militari in cui aveva difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare e il dovere della disobbedienza a ordini sbagliati), don Milani colse l’occasione per dimostrare ai ragazzi come un cittadino reagisce alle ingiustizie, l’importanza della libertà di parola, “come ognuno è responsabile di tutto”, per usare le parole del priore.

“Ci fece maturare attraverso la lettura di libri simili – spiega Martinelli – e mettendo in cattedra persino i nostri genitori, che la guerra l’avevano vissuta.” Questo dimostra come la presa di coscienza dei bambini sia molto forte, e che non v’è bisogno di proteggerli quando si danno loro gli strumenti giusti per far sì che le loro consapevolezza sia viva. Gli studenti di Pedagogia, allo stesso modo, hanno assistito ad una testimonianza diretta sulla storia del precettore e sui frutti del suo seminato. Nasce con questa idea il progetto Barbiana 2040, presentato all’Unical proprio lo scorso anno, che ha l’obiettivo di attualizzare la didattica di Don Milani slegandola dall’educazione classica. Una didattica alternativa “che mette in discussione la pedagogia del profitto e la società del turbocapitalismo che hanno ridotto la scuola ad un’azienda”, nelle parole dell’ideatore del progetto, Giancarlo Costabile.

Anita Chiappetta

FaC

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