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Il passato che ritorna in “NaziEuropa” di Beppe Casales

Quando ci si rende conto di essere parte di una storia in movimento, si viene assaliti da un sentimento confuso e poco definito. La storia è un sistema aperto, in fondo ci si può confrontare solo con quella porzione di passato che si conosce. Allora Beppe Casales in NaziEuropa decide di esplorare, in una lettera indirizzata ad una figlia non ancora concepita, alcune delle dimensioni nelle quali un momento storico si traduce. E non un momento qualsiasi, ma il Nazismo, la grande macchia della storia europea, un momento di cui ci vergogniamo, per cui abbiamo pagato, un momento che non possiamo dimenticare.
Ma poi, le immagini, i video, le foto cambiano, è il tempo che le cambia, con la sua inarrestabile azione sulla storia: ma perché non cambiano i testi? Sì qualche parola, qualche etichetta, ha dovuto adattarsi alla società contemporanea che non riconosce più gli ebrei come stranieri o nemici. Ora è qualcun altro, quello che “quando arriva a Lampedusa lo tocco con i guanti di gomma. Come non faccio nemmeno più con le bestie. E gli metto la mascherina perché ho paura dei contagi. Quello è il mio migrante”. Il migrante inutile, senza diritti nè doveri.
Oggi siamo troppo, e pericolosamente, vicini a quel sentimento, quelle logiche, quell’aria che si respirava nel periodo del nazismo anche nelle case degli ignavi, che vedevano il fumo delle camere a gas e volgevano lo sguardo altrove.
Quello di Casales è un invito a guardare qui e ora, è l’urgenza di una riflessione storica, civica e sociale. Fra musica rap, poesie, immagini e video, Casales trasforma un monologo in uno spettacolo dinamico e completo, che coinvolge e incolla il pubblico alla poltrona. Applausi sentiti per questo lavoro che con una leggerezza poetica e un’interpretazione intensa e coinvolgente, regala spunti di riflessione quantomai necessari sul significato della parola “umanità”.

Maria Pia Belmonte

“NaziEuropa” di e con Beppe Casales, visto al Teatro dell’Acquario il 16 febbraio 2019

FaC

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