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Pestaggio all’Unical, il primo aggredito è uno studente italiano

Il pestaggio dello studente paraguayano dell’Università della Calabria non dipende dalla nazionalità straniera della vittima. Lo scriviamo a chiare lettere, perché una prima ricostruzione dei fatti, scaturita dal racconto di una testimone oculare, ha portato ad una lettura faziosa, alimentata probabilmente dal clima che si respira oggi in Italia. Il primo ad essere aggredito quella notte, perché “parlava inglese”, è stato infatti uno studente italiano, mentre Gerardo è stato picchiato subito dopo, solo perché si era avvicinato a vedere.
Questo racconta dal letto di casa sua lo studente dell’Unical, con gli occhi tumefatti e il naso fasciato, a chi lo va a trovare. Parla con difficoltà, è dolorante, per alzarsi deve farsi aiutare. Guarirà in trenta giorni. Attorno ha visto da subito la solidarietà di colleghi e amici, di ogni nazionalità. Le autorità diplomatiche del suo Paese si sono immediatamente mobilitate, l’Università ha manifestato solidarietà. Gli studenti di Link hanno indetto un’assemblea pubblica per giovedì 6 dicembre alle ore 12:00 presso l’Anfiteatro delle Maisonnettes. La condanna del vile gesto di violenza gratuita è stata unanime.
Insomma Gerardo poteva essere paraguayano, senegalese o italiano, sarebbe stato menato lo stesso. Quella notte il branco aveva deciso di concludere così l’uscita del venerdì, facendo male a qualcuno, il primo che c’incappa. Per affermare la propria forza, per farsi riconoscere, per essere temuti, perché nei film si fa così, perché si capisca che quando arrivano loro nessuno deve fiatare, tutti devono abbassare lo sguardo, le ragazze ci devono stare. Nei racconti degli studenti che frequentano le serate dentro e fuori l’Università, gli indiziati non sono degli estranei. Tre dei colpevoli sarebbero già stati identificati, e non è escluso che qualcuno abbia precedenti specifici.
La denuncia è stata fatta, la giustizia farà il suo corso. Restano le ferite e le paure di una comunità studentesca che adesso si sente meno sicura e chiede protezione all’Università, perché un luogo di formazione, di incontro multiculturale e di socialità sia il più libero e sicuro possibile, per tutti e tutte.

Daniela Ielasi

FaC

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