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Randagi all’Unical, gli animalisti: “Il Comune di Rende peggiora, non risolve la situazione”

La notizia delle gabbie per i cani randagi all’Unical, disposte dal Comune di Rende d’accordo con la governance dell’ateneo, ma bocciate dagli studenti, sta creando un acceso dibattito anche fuori dal Campus. I primi a reagire sono giustamente volontari e associazioni animaliste, che da anni si impegnano sul territorio raccogliendo i cani abbandonati o malati, avviando il percorso di cura, cercando loro una nuova casa o una famiglia adottiva. Le amministrazioni comunali si avvicendano ma sul versante randagismo nulla cambia, i volontari quando non trovano porte chiuse, si imbattono comunque nella generale ignoranza e superficialità.

Eppure i comuni sono responsabili dei cani randagi presenti sul proprio territorio, al punto che pagano cifre anche molto salate per il mantenimento di queste creature nei canili. Per restare al caso di Rende, parliamo di una cifra pari circa a 800mila euro annui, non proprio briciole. “Il Comune così peggiora anziché risolvere la situazione. Con gli stessi soldi si potrebbero sterilizzare i cani, avviare una campagna seria di adozioni e realizzare aree ristoro per i cani di quartiere, assistiti da volontari e associazioni”. Francesca Greco è una volontaria di Cosenza. Più di una volta si è messa in macchina ed è andata fino a Rocca di Neto (Kr) per recuperare qualche trovatello affidato alle cure sanitarie ma poi spedito lì, a vegetare in mezzo a tremila cani. Quello di Rocca di Neto è uno dei cosiddetti “canili rifugio”, il più grande in Calabria, dove finiscono i cani accalappiati dalle squadre cattura delle Asp, tramite gabbie come quelle volute dal Comune di Rende.

I canili rifugio compreso quello di Rocca di Neto sono spesso finiti nel mirino degli animalisti per una gestione non proprio “umana” degli animali. A Cosenza c’è una onlus che si chiama proprio “Gli invisibili dei canili rifugio”, che si batte in ogni modo per evitare che i trovatelli finiscano in quello che considerano un “lager” e si sforza di rendere “visibili”, prima che sia troppo tardi, quelli parcheggiati nei canili sanitari di Donnici e di Mendicino. Per legge tutti i cani reclusi nei canili sanitari, una volta terminata la profilassi (massimo 60 giorni), se non trovano casa, vengono trasferiti nei canili rifugio. “Noi viviamo questo trasferimento – scrivono sul loro sito “Gli invisibili” – come una vera e propria deportazione. Immaginare che i cani che dal loro ingresso in canile sanitario abbiamo curato, coccolato e amato, vengano portati in un posto lontano da noi dove non avranno più passeggiate, corse nel prato, contatto umano e soprattutto la possibilità di trovare una famiglia, ci fa vivere momenti di terrore”. 

Ma come potrebbe funzionare un sistema alternativo? “Come primo passo – suggerisce Francesca – il Comune potrebbe farsi carico di una sterilizzazione, mirata solo alle femmine. Poi potrebbe attrezzare dei punti ristoro d’accordo con i tanti volontari disponibili, dove i cani trovino riparo ma soprattutto abbiano sempre da mangiare, in modo che non vaghino affamati. Si potrebbero persino realizzare dei recinti molto ampi, se necessario, sfruttando le grandi aree verdi disponibili”. Pensate all’Università e alla campagna intorno: non mancherebbe certo lo spazio. I cani abitano il Polifunzionale e le Maisonnettes da sempre, docili compagni di lezione e spesso adottati dagli studenti residenti nei quartieri. Anni fa, qualcuno ancora lo ricorda, c’era un grande recinto dove vivevano addirittura i lupi. Non sarebbe impossibile: l’ateneo, che è prima di tutto una comunità scientifica, potrebbe farsi promotrice di un esperimento di gestione differente del “problema”. 

In questa direzione in realtà dovrebbero andare tutte le amministrazioni comunali, che spesso (come nel caso di Cosenza e Rende) hanno adottato persino appositi regolamenti. Si aggiunga che per riordinare la rete di canili sanitari e rifugio calabresi, la Regione Calabria nel 2018 ha approvato un “Piano straordinario randagismo” – non il primo in verità – che avrebbe dovuto chiudersi in un anno. Inutile dire com’è andata: i cani randagi non sono diminuiti, e non solo per colpa delle amministrazioni comunali, dobbiamo dircelo. Tante famiglie che desiderano un cane, continuano ad acquistarlo anziché adottarlo, nonostante la grande disponibilità di orfanelli di ogni tipo. E tante altre purtroppo, passato il capriccio del momento, continuano ad abbandonarli per strada. Per questo serve un intervento organico, le gabbie sono l’azione più sbrigativa forse, ma non sono certo la soluzione.

Daniela Ielasi

FaC

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