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Ripartire dai luoghi. Presentato a Tarsia il Manifesto di Cersosimo e Donzelli

L’Italia marginalizzata è in fermento: c’è un “nuovo umanesimo” nascente nelle aree interne, nei paesi spopolati, nelle periferie delle città, fra resilienza e autorganizzazione. Singoli, associazioni, cooperative di comunità, “innovatori sociali”, sperimentano forme di vita e di lavoro a partire dai luoghi, dai bisogni delle comunità, valorizzando il patrimonio locale e praticando sostenibilità. Ed è proprio dai “margini” che il “Manifesto per riabitare l’Italia” appena uscito per Donzelli Editore, propone di costruire una nuova visione “aggregata” del Paese, una mappa della varietà italiana capace di superare la sterile dicotomia Nord/Sud ma anche l’Italia dei distretti, per restituire complessità all’immagine del Paese e di conseguenza alle politiche d’intervento.

Il Manifesto, versione agile e prosecuzione ideale di un approfondito lavoro di ricerca dal titolo “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste” (Progetti Donzelli) realizzato da diversi studiosi e pubblicato nel 2018 a cura di Antonio De Rossi, è stato presentato a Tarsia (CS), nella serata conclusiva del Festival organizzato dall’Associazione culturale “Luci nelle Grotte”, insieme a uno dei curatori, l’economista e docente dell’Università della Calabria Domenico Cersosimo (l’altro curatore è lo stesso direttore della casa editrice, Carmine Donzelli). “Non esistono aree marginali in natura – ha spiegato il docente – la marginalizzazione è conseguenza di un modello centralizzato e frutto di politiche che favoriscono il centro a discapito del resto. Ma questo modello ormai è entrato in crisi”.

Il centro è in crisi e la pandemia del Covid19 l’ha mostrato in maniera evidente. Si pensi alla sanità lombarda, iper specializzata oltre che privatizzata: l’assenza di presidi medici diffusi sul territorio ha di fatto mandato in tilt un sistema d’eccellenza. Secondo i curatori del Manifesto occorre spostare l’attenzione dal modello “metropolitano”, “invertire lo sguardo” per valorizzare le tante Italie che compongono l’Italia e ne costituiscono la ricchezza principale. Parliamo dei due terzi del territorio nazionale, un territorio abbandonato a se stesso e al suo destino, fatto di emigrazione, calo demografico, contrazione dei servizi, infrastrutturazione degradata o assente. “La marginalizzazione non era inevitabile” secondo Gianfranco Viesti (che firma uno dei cinque commenti al Manifesto): le politiche “standard” perpetrate negli ultimi 25 anni hanno aumentato la marginalità, premiando chi già aveva e penalizzando chi non aveva, condannandolo a non avere mai. Il criterio della “spesa storica” impedisce ai comuni di migliorare i servizi alla cittadinanza: se non hai l’asilo nido vuoldire che non ti serve, quindi non ne puoi aprire uno. Incredibile ma vero.

Ma non è un “nuovo localismo”, quello a cui tende il Manifesto di Cersosimo e Donzelli: per intervenire sulle fragilità e sulle disuguaglianze servono politiche nazionali, politiche differenti per territori differenti, sperimentali, condivise e partecipate dai cittadini. L’azione dal basso è senz’altro fondamentale, così come la costruzione di reti e alleanze, o il dialogo/conflitto con le istituzioni locali. Però l’autorganizzazione da sola non basta: senza politiche, senza servizi, senza infrastrutture, i fermenti in atto nell’Italia marginalizzata non bastano ad invertire la rotta ed innescare cambiamenti duraturi. Così insegna anche la SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne) di Fabrizio Barca, che da dieci anni è un prezioso osservatorio sul campo di questo nuovo orientamento.

“Adesso abbiamo un’occasione straordinaria per il Sud e per il Paese, grazie ai fondi che arriveranno dall’Europa per il post Covid” ricorda Cersosimo. Un recentissimo documento firmato da 29 esperti di Mezzogiorno, compreso lo stesso economista, invita a concentrare l’impegno sul sociale, l’istruzione, la mobilità, le imprese. E sui luoghi. Quei luoghi che – scrive il docente nel Manifesto – “solo le persone possono fare” abitandoli: senza comunità non ci sono luoghi. I luoghi mutano continuamente, non sono entità immobili. Così come mutano i paesi. Fra le 28 parole chiave che accompagnano il Manifesto, curate da altrettanti intellettuali, figura la parola “paese” a cura di Vito Teti. Anche i paesi si modificano, secondo l’antropologo, umanamente e strutturalmente, indietro non si torna. Ma questa consapevolezza non significa che i paesi non possano rinascere, “grazie al rientro di alcuni e alla sosta di molti”, magari in una nuova dimensione, intercomunale e interconnessa nel web, in cui i giovani abbiano “la libertà di restare, partire, tornare”.

Guardare al futuro insomma, non al passato, e agire affinché il futuro prenda la strada giusta: è un invito all’azione questo Manifesto, un’azione politica, civica, urgente, imprescindibile.

Daniela Ielasi

FaC

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