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“Tre manifesti”, lotta di classe e di genere in un film che è già cult

Candidato all’Oscar, vincitore di quattro Golden Globe, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, diretto da Martin McDonagh con protagonisti Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell, è attualmente nelle sale cinematografiche

Mildred – nome/omen, ricorda la protagonista del romanzo di Cain, meno l’adattamento cinematografico con la Crawfard – dall’inizio alla fine del film, eccezione fatta per pochissimi momenti, indossa una tuta blu. La sua più che una divisa è una vera e propria armatura, priva però di qualsivoglia scintillio, macchiata, anzi, dal senso di colpa che trascina la protagonista in un fagocitante corollario di azioni che le fanno scavare oltre il nero del baratro in cui è da tempo precipitata.
La provincia americana, quella incastonata nella geografia di paesi reconditi, è mostrata qui in tutta la sua maestosa decadenza, nella eterna dicotomia tra essere e avere, tra giusto e sbagliato, tra bianco e nero. Alle latitudini di Ebbing il confine diventa sbiadito, i contorni di violenza quotidiana sfumano sino a scomparire sulla linea di un orizzonte opaco.
La dimensione umana cede spesso a violenze e soprusi, schiacciata da un’idea globalizzante che fonda le sue radici sull’idea di razza e di genere.
La lotta di classe, la resistenza ad una vita che vuole ripiegare sul passato, assumono le sembianze di colpe ataviche.
Così Mildred, come Dixon divengono, loro malgrado, parabola di quello che Steinbeck e la “lost generation” figuravano nelle loro pagine: la guerra qui come allora è quotidiana lotta alla sopravvivenza da se stessi.
Perché ogni errore è consapevole connotazione dei propri limiti ed il perseverare è il naturale corso di una storia ciclica che ripiega su se stessa all’infinito.
Il tempo pare essersi fermato ad Ebbing: nell’epoca di Twitter e dei nuovi media sarà un manifesto pubblicitario, anzi tre, a restituire la dignità di una vita che gli altri le avevano restituito strappata di ogni dignità.
Il valore assiologico della comunicazione si scaglia sulla comunità ma non sulla massa.
L’anonimato diviene allora familiarità, consuetudine. E le distanze si azzerano.
“We can do it!” recitava il manifesto della Westinghouse divenuto simbolo del movimento femminista americano che recepì in quel messaggio – ancor prima dello “Yes we can” di Obama che, ricordiamo, diede atto alla prima campagna elettorale 2.0 – tutta la potenza iconografica di quella immagine.
Mildred come “Rosie the Riveter” ogni giorno indossa paziente la sua tuta blu e, ogni giorno, paziente cerca di affrancarsi dal giogo che lei stessa ha stretto come quella bandana in testa.
Potenza del cinema, potenza dell’immagine e della parola.

Simona De Maria

FaC

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