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Vandalismo, il prefetto promette più controlli ma non è la soluzione

Gli atti di vandalismo contro l’Università della Calabria hanno suscitato sdegno e preoccupazione dentro e fuori l’ateneo. Colpire in questo modo, al solo scopo di danneggiare un bene comune prezioso come il luogo del sapere e della formazione per eccellenza, è un gesto deprecabile senza attenuanti. Ora però, dopo la conta dei danni (ingenti soprattutto al Polifunzionale e nei primi cubi del ponte Bucci), bisogna difendersi ed attrezzarsi al fine di prevenire altri episodi del genere. Al momento siamo solo alle intenzioni. Per prima cosa, ieri mattina, c’è stata la visita di rito del prefetto di Cosenza, Gianfranco Tomao, ricevuto al rettorato a margine del Consiglio d’Amministrazione. Il rettore gli ha mostrato le foto della devastazione, sottolineando nuovamente “la particolare natura di queste incursioni, durante le quali non vengono mai portati via oggetti di particolare valore, ma ci si accanisce sul puro atto di devastazione, quasi a voler generare nell’opinione pubblica, un’immagine di poca sicurezza dell’università, per motivi del tutto strumentali”. E il prefetto ha assicurato che porterà le esigenze dell’Unical all’attenzione del prossimo incontro del Comitato ordine e sicurezza pubblica, e chiederà ai carabinieri di Rende un più costante presidio della zona del campus, possibilmente con la presenza di una stazione mobile.
La visita del prefetto è un’operazione d’immagine e di comunicazione, ma non è la soluzione al problema. Per controllare tutti gli edifici dell’università contemporaneamente ogni notte non basterebbe un esercito: è evidente che bisogna lavorare sulla prevenzione, anche perché sarebbe una sconfitta per l’università militarizzare il suo perimetro, un fallimento della propria missione culturale e civile. Il fatto è che la prevenzione non si può programmare nell’emergenza, e l’emergenza, dobbiamo dircela tutta, si è generata proprio per la mancanza di prevenzione, di manutenzione, per la disattenzione e la disaffezione da parte della governance e della comunità tutta verso il patrimonio dell’università. Oggi ci si accorge che il sistema di videosorveglianza è obsoleto e che costa meno acquistare un sistema nuovo e all’avanguardia anziché ripristinare il vecchio. Il vecchio risale a 15 anni fa e già al momento della sua installazione risultava obsoleto: la tecnologia è così, va sempre avanti e non hai il tempo di adeguarti. Eppure costò 3 milioni di euro dotare il Campus di 350 telecamere: era il periodo in cui si riduceva parallelamente la spesa per la vigilanza, portandola a un milione di euro all’anno. L’investimento non è mai stato recuperato in termini di benefici: furti e danneggiamenti sono continuati costantemente nel tempo. Adesso si parla di “costi molto elevati” per la realizzazione del nuovo impianto, che necessariamente verrà realizzato a scaglioni, quindi in tempi più o meno lunghi e senza raggiungere mai la copertura totale. E nel frattempo non si capisce bene cosa si intenda fare nell’immediato.
Servirebbe un appello alla comunità tutta più che al prefetto forse. Una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità e cura da parte da chi vive ogni giorno il Campus, gli studenti e i docenti, le associazioni, i centri comuni, i comitati di quartiere. L’università si presenta completamente indifesa e scoperta, soprattutto la sera, quando finito l’orario delle lezioni non c’è più nessuno che la vive, che controlla, che vigila e che difende gli spazi comuni. Perché allora non pensare di tenere aperta la biblioteca, le aule studio, le associazioni? Perché non programmare tante piccole iniziative culturali o sportive, allestendo un cartellone light di eventi serali che portino gli studenti a passeggiare sul ponte come fosse il corso della città? Perché non lanciare una campagna di comunicazione che renda più attivi e partecipi i cittadini dell’Unical? Insomma, perché non incoraggiare una forma di vigilanza “dal basso” e “diffusa”? Magari non funziona, ma almeno non costa nulla.

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FaC

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