Unical UNIVERSITÀ

Università e carcere, buone prassi per l’inserimento degli studenti detenuti

La garanzia del diritto allo studio per i detenuti e le molte criticità che incontrano quando vengono avviati al percorso universitario sono stati i temi fondamentali del seminario “Università e carcere” che si è tenuto presso la sala riunioni “Giovanni Arrighi” del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical. L’incontro, organizzato dal Comitato unico di Garanzia d’Ateneo, ha visto la partecipazione di Franco Prina, professore dell’Università di Torino e presidente della Conferenza Nazionale dei Delegati ai Poli Universitari Penitenziari (CNUPP), di Giuliana Mocchi, presidente del CUG, Franca Garreffa, responsabile degli studenti detenuti, Pietro Fantozzi, delegato del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario, e Rita Giglio, capo area trattamentale della Casa di reclusione di Rossano. Assente invece per motivi di salute il direttore della Casa di reclusione Giuseppe Carrà.


Dal 2010, quando il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical ha immatricolato alcuni studenti detenuti nel carcere di Rossano – attualmente gli iscritti sono nove – si è sentita sempre di più l’esigenza da parte di altre case di reclusione calabresi di far intraprendere un percorso universitario alle persone private della libertà. Per questo Garreffa e Mocchi hanno subito messo in luce la necessità di istituire al più presto un Polo Universitario Penitenziario in Calabria, affermando che la formazione dei detenuti è importante tanto quanto quella degli studenti, e questa può essere data solo realizzando una struttura dedicata, che offra una prospettiva culturale completa, non limitata ai soli esami universitari. Il 3 luglio, grazie ad un’azione organizzativa messa in atto insieme al sistema carcerario, si dovrebbe firmare la convenzione con il PRAP (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria), affinché il Polo venga del tutto istituzionalizzato.
Franco Prina nell’intervento principale ha cercato di individuare le buone prassi per il superamento delle difficoltà nelle quali i detenuti si imbattono quando gli viene data la possibilità di iscriversi all’università, ostacoli che si creano spesso per un mancato dialogo tra penitenziario ed Ateneo. In primo luogo la CNUPP intende svolgere attività di promozione, riflessione e indirizzo del sistema universitario nazionale e dei singoli Atenei in merito alla garanzia del diritto allo studio dei detenuti. Per questo, l’obiettivo principale è rappresentato dall’impegno a garantire l’opportunità di percorsi universitari in maniera diffusa, anche in aree geografiche in cui oggi esse sono assenti o poco strutturate. Tale diritto non deve però essere strumentalizzato, la logica è sempre quella di una responsabilizzazione delle persone che scelgono il percorso. Fino ad oggi circa 600 studenti detenuti si sono iscritti nelle 27 università aderenti alla CNUPP, la quale ha redatto varie linee guida sia verso le istituzioni penitenziarie, sia verso quelle universitarie, per creare delle condizioni omogenee all’interno dei poli. Nelle strutture carcerarie bisogna creare un contesto favorevole per le attività di studio e i rapporti con i docenti, tramite camere o reparti adeguati; garantire la continuità dei percorsi di studio limitando i trasferimenti non indispensabili; estendere a tutti i Poli dei collegamenti internet (siti universitari, possibilità di didattica online) e mettere a disposizione dei responsabili universitari delle informazioni sui detenuti necessarie alla programmazione dei percorsi di studio. Le università da parte loro dovranno per prima cosa inserire la figura del delegato del Rettore per il diritto allo studio dei detenuti, creando in seguito un gruppo di responsabili per la didattica. Non devono mancare infine tutte le risorse necessarie al funzionamento del polo: tutor dedicati, libri, computer ed altro. Il diritto allo studio deve essere sempre sostenuto in tutte le sue forme attuando nei casi in cui è possibile l’esenzione dalle tasse e gli accessi alle borse di studio. Le opportunità offerte devono poi essere spendibili all’esterno, se finita la detenzione non si viene supportati per il reinserimento nella società si rischia di essere marcati solo come “ex detenuti”, nonostante la laurea. Università e carcere insomma devono cooperare affinché “quando il portone si chiude alle spalle di una persona, non si crei il vuoto dietro di sé”, ma prevalga un senso del nuovo e del possibile. 

Piero Mirabelli

FaC

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