CULTURA Teatro

L’attualità di De Filippo. Incontro con Francesco Di Leva, protagonista del “Sindaco” di Martone

In un bar del centro ieri mattina a Cosenza abbiamo incontrato Francesco Di Leva, protagonista de “Il Sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo, con la regia di Mario Martone, in programma al Teatro Auditorium Unical ieri sera giovedì 8 e ancora stasera (ore 20,30) per la rassegna Meridiano Sud.

Antonio Barracano, il protagonista, nel testo di Eduardo ha 75 anni, in questo spettacolo lo ritroviamo interpretato da te, che sei un attore, con una solida esperienza di teatro e cinema alle spalle, ma neppure quarantenne. Come è maturata questa scelta da parte di Mario Martone?
In realtà quest’idea nasce un po’ di anni fa, quando mi capitò di vedere un’interpretazione magistrale de “Il Sindaco del Rione Sanità”, da parte di Eros Pagni, un’operazione di Marco Sciaccaluga a Genova. Quando sentii le parole di questo Sindaco, mi resi subito conto, da attore contemporaneo che vive la quotidianità di Napoli, che quelle parole scritte da Eduardo nel 1959/’60, potevano riacquistare una grande valenza recitate oggi in un corpo diverso, com’è quello di un giovane di 36/37 anni, quanti ne avevo io all’epoca. Anche perché oggi , come ben sappiamo, nella camorra i boss non sono più i vecchi, ma, come vediamo dalla cronaca, nella camorra, nella ‘ndrangheta o nella Sacra Corona Unita, si raggiungono le posizioni di vertice molto presto, cosa che, se ci pensiamo bene, ha anche dei risvolti agghiaccianti, abominevoli …

Si è verificato un cambio della guardia, insomma? Diciamo che la tanto vituperata gerontocrazia italiana, nel campo del crimine organizzato è stata ormai superata?
Esatto, diciamo così… allora ho pensato: e se provassimo ad abbassare anche l’età del “Sindaco” di Eduardo, usando le stesse parole, le stesse situazioni pensate da lui? E mi sono accorto che, magicamente, tutto tornava … Questo testo di quasi sessant’anni fa diventava improvvisamente un testo contemporaneo.

Ma quindi sei stato tu a suggerire questa deriva poetica a Mario Martone?
Sì, è uno slancio che parte da me. Io ho un gruppo teatrale che si chiama NEST con il quale ho subito condiviso quest’idea, salutata dall’entusiasmo generale. Era il 2015 e stavo lavorando alle prove della “Carmen” proprio con Martone. Vado a teatro e dico: “Mario, mi è venuta quest’idea!”. Mario mi guarda e vedo che fa “gli occhi a cuoricino”…

Tra l’altro Martone non aveva mai affrontato un testo di Eduardo prima di allora…
Sì, Martone non aveva mai fatto Eduardo. Allora chiediamo espressamente a Mario se lui fosse disposto a mettere in scena questo testo con noi. Anche se noi abbiamo una compagnia strutturata, col regista, gli attori e tutti i ruoli … ma ci piaceva l’idea che un grande artista come Martone potesse mettere mano a un’opera così importante insieme a noi. Mario accettò immediatamente la proposta, accogliendo da subito l’idea dell’abbassamento dell’età del protagonista, giudicandola sincera, onesta, stimolante. A quel punto ci siamo messi a lavorare e abbiamo raccolto in poco tempo l’interessamento dello Stabile di Torino e di Carolina Rosi, della Elledieffe (la compagnia di teatro di Luca De Filippo, ndr). Perché dopo aver illustrato l’idea a Mario, io sono partito “all’attacco” di Luca De Filippo. Il quale è sempre stato molto conservatore sui diritti dei testi di Eduardo, ha sempre giustamente protetto l’integrità delle opere del padre, voleva che venissero fatte in un certo modo, rispettandone l’eredità profonda, etc…

Forse il timore reverenziale che più di una generazione di attori napoletani ha spesso manifestato verso l’ombra di un padre così ingombrante, è un po’ meno sentito da quelli che oggi potrebbero considerarsi “i nipotini” di Eduardo?
Certamente, ma ci tengo a sottolineare che i diritti mi sono stati concessi proprio da Luca, che di Eduardo era il figlio naturale oltre che artistico. Perché quando ha sentito quest’idea, e ha capito che quest’idea nasceva dal cuore di San Giovanni a Teduccio, una periferia, e la famiglia De Filippo – da Eduardo allo stesso Luca e fino a oggi ai figli e a Carolina Rosi – ha sempre dimostrato un’attenzione particolare per la periferia, per le classi disagiate, i carceri minorili, etc… Luca ha detto: “A me sembra una visione molto interessante…”. E questo ha rappresentato un momento fondamentale, perché anche noi ci siamo detti: “Se persino Luca è entusiasta dell’idea ed è disposto a fare questo passo, allora siamo davvero sulla strada giusta.” E anche per Mario questo rappresentò un ulteriore stimolo a cominciare a pensare seriamente alla messa in scena. Abbiamo iniziato il lavoro e si è creata questa magia per cui oggi una compagnia che ha un’età media di ventisei anni si ritrova a fare cinque mesi di tournée in tutti i teatri più importanti d’Italia, senza avere il classico “nome” in cartellone. Perché – ahimè – tu sai benissimo quali sono le consuetudini del teatro italiano, per cui se non c’è un nome acclamato o una compagnia acclamata è difficile trovare gli spazi per distribuire un lavoro. Noi certo abbiamo un grande regista che ci sostiene, abbiamo delle grandi produzioni, ma in scena c’è un gruppo di giovani attori che portano con sé l’esperienza diretta delle periferie e il cuore di cui aveva bisogno questo progetto.

E questa partnership tra un’istituzione consolidata come il Teatro Stabile di Torino e una realtà “di frontiera” indipendente come quella del NEST, come ha preso forma, che tipo di relazione si è instaurata?
Credo che ci siano delle alchimie particolari che a volte si creano. Io ho incontrato il Teatro Stabile di Torino qualche hanno fa, perché proposi loro l’idea di mettere in scena “Educazione Siberiana”. Io e Adriano Pantaleo, un altro attore del NEST, avemmo quest’idea e comprammo i diritti del libro, ancora non c’era stato neanche il film di Salvatores. Loro accettarono e lì si aprì una porticina e iniziò questo rapporto con Filippo Fonsatti, che io considero un genio del management teatrale italiano. E lo dico non perché noi abbiamo ottenuto delle cose … d’altronde tra “Educazione Siberiana” e questo “Sindaco” sono passati dieci anni, non si tratta di avere un qualche rapporto privilegiato … Lo dico proprio perché è fondamentale sottolineare quest’aspetto, dei manager del genere è difficile trovarli. Insieme a tutto lo staff che lo supporta al Teatro Stabile di Torino, ha sempre dimostrato di avere un’attenzione sincera verso le giovani realtà di artisti, di attori, prima di tutto ponendosi in ascolto … Poi magari molte volte non si creano le condizioni necessarie affinché certi percorsi produttivi prendano vita. Ma il solo fatto di avere un interlocutore credibile e attento ti dà fiducia e magari altre volte può succedere quello che sta succedendo a noi oggi. Trovare una sponda solida per realizzare concretamente la nostra idea. Dunque la figura di Filippo Fonsatti è stata essenziale per la stessa storia del NEST. E poi la Elledieffe… Io avevo lavorato come attore con Luca De Filippo per “Napoli Milionaria” e “Le voci di dentro”, entrambe con la regia del maestro Francesco Rosi. Poi Luca è venuto a mancare e Carolina Rosi c’ha tenuto particolarmente a rispettare questo “mandato”. Il Sindaco è l’ultimo testo per cui Luca concesse i diritti personalmente e Carolina ha voluto assolutamente co-produrre il lavoro seguendolo con attenzione e cura in tutte le sue fasi.

Di Leva in Educazione Siberiana (ph Andrea Macchia)

Non è la prima volta che lavori con Martone. In teatro hai fatto la “Carmen”, “L’opera segreta”, “La Morte di Danton”, “Noi credevamo” al cinema.
Devo dire che con Mario ho un rapporto speciale. Ogni qual volta che Mario chiama, io ci sono. A prescindere dalle battute, dalle pose, dal peso di un personaggio. Ho fatto questa piccola parte in “Noi credevamo” proprio perché ci tenevo tantissimo a partecipare a questo suo progetto…

Poi questo è un passaggio importante, per lui che è stato sempre un innovatore di linguaggi, il ritorno a un “De Filippo”, in qualche modo a un testo cardine della tradizione napoletana, seppure anche qui rivisitato secondo una logica dirompente.
Direi che si tratta di un ritorno a gamba tesa! Arriva su Eduardo, ma c’arriva da Mario Martone, dall’artista che è, dall’intellettuale e dal poeta che è, dando vita a un’operazione che a quanto pare sta dimostrando di avere qualcosa da dire.

Mettendo da parte per un istante le “coproduzioni importanti”. NEST sta per Napoli Est. Come si svolge la vita quotidiana di una realtà artistica indipendente in una zona così peculiare della metropoli partenopea com’è S.Giovanni?
La nostra compagnia nasce dallo spettacolo “Gomorra”, con la regia di Mario Gelardi, al Teatro Mercadante nel 2007, durante il quale incontro Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale Di Mauro e Giuseppe Gaudino. Dopo aver conosciuto questo gruppo di artisti, una mattina di nove anni fa io mi sveglio, giro per S.Giovanni e vado ad occupare una palestra abbandonata. Chiamo i miei colleghi, Adriano, Peppe e Peppe, lì porto lì e gli dico: “Facciamo un teatro!”. Loro mi guardano un po’ perplessi e mi rispondono: “Ma tu sei pazzo?!”. E io ribadisco: “Facciamo un teatro!”. Dopo un anno, avevamo già fatto diversi lavori, avevamo occupato un intero stabile a due piani, quando decidiamo di coinvolgere un’associazione di cui io facevo parte da tanto tempo, che si chiama “Giochi, immagini e parole” e lavora più che altro sul territorio, con i bambini dei quartieri, ect… A quel punto ci siamo uniti nella condivisione di questo spazio e abbiamo iniziato a mettere a posto lo stabile, seriamente. Sono passati nove anni da allora e lo spazio è diventato sì un teatro, ma anche un centro delle arti a trecentosessanta gradi, un vero e proprio centro di produzione polifunzionale dove si svolgono attività musicali, c’è una sala prove al piano superiore, c’è una cucina, ci sarà una foresteria, il piano terra è un teatro a tutti gli effetti, con un palco di dieci metri per dieci, dotato di gradinate, graticcio (struttura di travi di legno utilizzata come intelaiatura per il posizionamento delle luci in teatro, ndr), costruito tecnicamente in maniera perfetta …

Come sai mi è capitato di passarci per qualche sessione di prove tempo fa e ci ritorneremo a giugno per un progetto del Napoli Teatro Festival che coinvolge diversi artisti di rilevanza internazionale.
Siamo molto aperti e siamo ben felici di accogliere gli artisti che arrivano nella nostra città. Sta diventando un punto di riferimento per molti. Si respira un’aria nuova, pura, insomma è un posto che ha una sua magia. La compagnia NEST, come direzione artistica di questo spazio teatrale, cerca di mantenere la massima apertura verso proposte sincere che arrivino nel quartiere per portare un po’ di bellezza. Lavoriamo in maniera massiccia sul territorio, con i ragazzi. Ad esempio c’è un gruppo di ragazzi, che sono anche ne “Il Sindaco del Rione Sanità”, che si chiama “Giovani Onest”, da NEST appunto, con i quali da tempo portiamo avanti attività laboratoriali, che sono completamente gratuite! Coinvolgendo spesso anche artisti di rilevanza nazionale che vengono a loro volta a fare attività gratuite. Intanto “Giochi, immagini e parole” porta avanti un suo progetto specifico: per esempio ha da poco realizzato un festival del cortometraggio incentrato sul tema del cibo, dal titolo “Cibarte”. Si va avanti secondo una visione condivisa con la chiara coscienza di tutto quello che significhi cercare di far crescere un percorso artistico in un quartiere come S.Giovanni a Teduccio.

Di Leva in Una vita tranquilla, di Claudio Cupellini, 2010

A proposito di periferie. Tu che vivi questa realtà così specifica, che, come ricordavamo prima, partecipasti allo spettacolo “Gomorra” nel 2007, e sei giunto all’attenzione del grande pubblico nel 2010 col film “Una vita tranquilla”, al fianco di Toni Servillo, in coppia con un allora sconosciuto Marco D’Amore, nella parte di due giovani camorristi “in trasferta” in Germania – film per il quale ricevesti anche una candidatura al “David di Donatello” come migliore attore non protagonista – oggi, ai tempi di “Gomorra – la serie”, cosa ne pensi delle reiterate polemiche sul fatto che produzioni di questo tipo genererebbero un fenomeno di emulazione nei giovani dei quartieri napoletani?
Se la guardiamo dalla parte della produzione, dell’impiego degli attori, io, da attore, ti dico: “Gomorra è un fenomeno eccezionale!”. Non credo che dopo “Breaking Bad” sia esplosa la tossicomania in America! “Gomorra” ha portato alla luce degli attori straordinari che erano praticamente sconosciuti. Il lavoro editoriale che ha fatto Sky è meraviglioso, ci sono degli attori e delle attrici eccezionali come Cristina Donadio, che pure non aveva spazio nel panorama nazionale e adesso invece tutti la vogliono. Hanno rigenerato in qualche modo il panorama artistico nazionale e addirittura internazionale. C’è Salvo Esposito che sta facendo delle cose importanti anche all’estero, così come Marco D’Amore, con il quale peraltro c’è un progetto insieme proprio in America … Insomma un successo mondiale, come sappiamo, venduto in più di 50 Paesi, dovremmo vantarci di queste produzioni. E poi che cosa dovremmo fare? Non parlare del male? Si è sempre fatto, anzi io voglio conoscere il male per capire come sviluppare gli anticorpi … Per di più, se guardiamo alla storia: Ciro l’immortale è morto, Pietro Savastano è morto, Cristina Donadio “Scianel” è morta! Senn moran tutt quant… Non mi pare un messaggio positivo che possa creare un fattore di emulazione. Il fatto è che molti vedono soltanto quello che vogliono vedere, quello che serve ad alimentare la polemica politica, e magari serve un po’ anche alle istituzioni che in questo modo trovano una giustificazione plausibile alle proprie responsabilità.

Per chiudere il cerchio, ritorniamo al “Sindaco”. Eduardo lo scrisse nel 1960. Appartiene alla cosiddetta “Cantata dei giorni dispari”, quelle commedie che affrontavano i problemi legati alla realtà sociale italiana così com’era sopravvissuta dopo le distruzioni materiali e morali generate dalla guerra. Forse l’ultima commedia d’ambientazione tipicamente napoletana, nella quale il pessimismo, il populismo, l’amaro sarcasmo che a un certo punto sembravano placati, riesplodono invece più virulenti che mai, con la visione di una società ingiusta, dove domina la violenza del più forte e i deboli sono irrimediabilmente perduti. Dove un vecchio capo della camorra può decidere allora di amministrare la giustizia in maniera autonoma, ma in fondo basandosi su una certa etica, per quanto singolare.
La drammaturgia di Eduardo è cattivissima! Voglio dirti una mia personalissima suggestione, nata durante il lavoro sul personaggio del Sindaco. Eduardo scrisse questa commedia tra il ’59 e il ’60, quando a Cuba stava facendo la rivoluzione un signore chiamato Ernesto Guevara; mentre Muhammad Ali, quest’uomo nero, iniziava a parlare in maniera “spregiudicata” alle Olimpiadi del ’60 a Roma … Proprio allora dalla penna di Eduardo nasce Antonio Barracano. Che per me è un uomo rivoluzionario, sia per l’epoca che per oggi. Oggi qualcuno dice: “Ma non esiste un uomo così!”. Ma chi l’ha detto? Al di là del fatto che un personaggio del genere io posso dire di averlo proprio conosciuto, per cui mi nasce quest’idea. Ma se è vero come è vero che abbiamo a che fare con la camorra da almeno duecento anni e chissà per quanto tempo ancora dovremo conviverci, allora forse è meglio avere un uomo che amministra così le vicende di un quartiere. Piuttosto che lo spaccio di droga o lo sfruttamento selvaggio a fini di arricchimento personale. Perché questo è quello che sta succedendo. I ragazzini vogliono il potere, vogliono i soldi, vogliono vendere la droga, vogliono rovinare il quartiere a ogni costo. Allora forse un Antonio Barracano oggi, un Antonio Barracano domani, un altro dopodomani, può darsi pure che i figli dei figli dei figli dei miei figli possano trovare un mondo che – per chiudere con un battuta del “Sindaco” – gira lo stesso, «meno rotondo ma un poco più quadrato».

Manolo Muoio

FaC

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