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Mafia, un libro a tre mani


Il fenomeno mafioso è oggetto di studio da numerosi decenni ormai da parte di giudici, giornalisti, politologi, sociologi, storici. Lo dimostrano i numerosi libri pubblicati sull’argomento. Fra gli ultimi titoli troviamo “Mafie e legislazione antimafia”, presentato all’Unical su iniziativa della facoltà di Scienze Politiche, dai suoi autori: Emanuele Crescenti procuratore aggiunto a Palmi e già procuratore DDA a Messina, Giovanni Moschella docente dell’Università di Messina e Luigi Chiara docente dell’Università di Messina. Il libro è composto da tre saggi, ciascun autore ha curato un approccio particolare che tiene conto di diversi ambiti disciplinari.
Chiara ha curato e ripercorso le tappe storiche della mafia a partire dal periodo pre-unitario, è in questo periodo che con i notabilati e i feudatari nasce il fenomeno mafioso in Sicilia ma non sarà un problema esclusivamente siciliano. Con lo stato unitario la mafia ha la possibilità di rafforzarsi e di radicarsi maggiormente nel territorio grazie anche all’incapacità dello stato di controllare i territori sotto la sua giurisdizione. Inizialmente la mafia è stata considerata come un residuo del fenomeno feudale ma successivamente si capì che il fenomeno mafioso aveva la capacità di adattarsi alla modernità e ai suoi processi. La mafia infatti era radicata nei posti chiave per potersi sviluppare come le reti di comunicazione (porti) e le istituzioni democratiche. Questo le ha permesso di resistere nel tempo e adattarsi ai cambiamenti politico sociali sino ad arrivare ad oggi. Con il passare degli anni è riuscita ad inserirsi in quei settori considerati redditizi come il traffico di armi e di stupefacenti, oltre al fatto che controlla i settori pubblici attraverso il voto ed è inserita nel settore degli appalti che le permette di accrescere maggiormente il suo potere sul territorio.
La seconda parte del libro è stata curata da Emanuele Crescenti e riguarda l’aspetto tecnico- giuridico della mafia. Qui si ha un excursus giuridico della legislazione contro la mafia a partire dal codice Rocco in cui si fa riferimento al reato associativo per perseguire gli illeciti. Ma è solo nel 1982 che viene riconosciuto con la legge Rognoni –Latorre il reato di associazione di tipo mafioso, con questa legge si ha una modalità d’azione di tipo specifico ed è sempre con questa legge che si ha la condanna per mafia. Va sottolineato che la mafia in generale si fonda sulla capacità organizzativa che a sua volta si basa sull’omertà e l’intimidazione. E’ in questi anni che lo Stato riconobbe la necessità di intervenire con la lotta alla mafia a seguito degli omicidi Latorre, Rocca, del Generale dalla Chiesa , Falcone, Borsellino, che tutti ricordiamo. Ed è sempre in questo periodo che si interviene anche a livello investigativo per combattere la mafia con la cosiddetta “stagione di Palermo” e il “maxi processo”. Il desiderio di Falcone era quello che si creassero gruppi di lavoro specifici in modo che l’investigazione non fosse parcellizzata e ci si occupasse solo di mafia. Inizia, così, la direzione generale antimafia per indirizzare in modo efficace il lavoro. Questa sostanzialmente era l’idea di Giovanni Falcone, ma non fece in tempo a realizzarla perché la mafia un po’ per vendicarsi del maxi processo, come sostiene Crescenti, un po’ per la direzione nazionale antimafia lo uccise. E successivamente uccise anche Paolo Borsellino dato che era l’erede naturale di Falcone e l’unico che avrebbe potuto agire come lui. Nonostante questi tragici eventi la direzione nazionale antimafia fu portata avanti da altri magistrati e si è arrivati anche alle direzioni distrettuali antimafia. Con queste i magistrati hanno competenze più ampie.
Ma un salto di qualità nella lotta alla mafia si ebbe con la collaborazione del pentito Tommaso Buscetta, va detto che la collaborazione garantisce ai mafiosi una riduzione della pena e da la possibilità ai pentiti di essere protetti. Il pentitismo fu una rivoluzione nelle modalità di colpire il fenomeno mafioso ma comportò anche una serie di problemi come quelli del controllo e dell’attendibilità delle dichiarazioni dei mafiosi.
Il terzo saggio del libro è stato curato da Moschella, che si è occupato di due aspetti: sequestro e confisca dei beni a fini sociali; e infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni.
Dagli anni ’80 in poi si ha una costante lotta alla mafia, ma questa non è solo in senso repressivo ma anche nel senso di sensibilizzare la gente contro questo fenomeno, come dice Moschella. La sensibilizzazione doveva e deve avvenire a partire dalle scuole, a questo proposito viene citato un episodio di Borsellino, il quale la mattina in cui fu ucciso aveva inviato una lettera ad una Preside di scuola per combattere la mafia a livello culturale. Per quanto riguarda la confisca dei beni, la legislazione dell’ ’82 aveva il limite del ritorno dei beni confiscati ai mafiosi. Questo tipo di beni non venivano utilizzati in modo utile e proficuo per la società civile. Solo con la legislazione del 1996 si ha un cambiamento in questo senso, i beni confiscati vengono utilizzati per fini sociali come contrasto alla mafia. Un esempio sono le case famiglia che vengono costituite in appartamenti o ville che erano di mafiosi, ma anche centri ricreativi e altri. Attualmente è stata avanzata una proposta sia dal governo che dall’opposizione di creare un’agenzia per il coordinamento dei beni confiscati alla mafia. Un altro problema da considerare nella confisca dei beni è quello della loro vendita, perché in questo modo si rischia che i mafiosi tramite dei prestanome ritornino in possesso dei loro beni.
La questione dell’infiltrazione invece è uno strumento privilegiato dei mafiosi che riescono ad entrare nelle istituzioni ed avere così il controllo e la gestione politica del territorio. Con il passare del tempo la situazione è cambiata sino ad arrivare ad oggi dove assistiamo ad un intervento diretto della mafia nelle elezioni, ciò vuol dire che i mafiosi fanno le scelte politiche amministrative.
Un altro fenomeno a cui assistiamo è lo scioglimento delle amministrazioni per mafia. I dati che riguardano questo fenomeno non sono buoni, come dice Moschella, infatti accade spesso che un comune sciolto per mafia dopo la rielezione viene risciolto per infiltrazione mafiosa, questo perché spesso il collegamento mafioso non è con la giunta ma con l’apparato amministrativo anche se si sta profilando un cambiamento facendo dei controlli sull’apparato amministrativo.
Ma per combattere la mafia bisogna avere la capacità di dire no. Il no deve venire non solo dai governi locali e centrale, ma anche dalla società civile.

Giovanna Terranova

FaC

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