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Il sistema carcerario e l’urgenza di una riforma. Il film su Stefano Cucchi diventa spunto di riflessione

Il 22 ottobre di 9 anni fa nel reparto detenuti dell’ospedale romano Sandro Pertini di Roma moriva Stefano Cucchi, una settimana dopo il suo arresto per detenzione di sostante stupefacenti. La vicenda umana e giudiziaria di Stefano, divenuta un caso nazionale, è stata ricostruita da Alessio Cremonini nel film “Sulla mia pelle”, un lavoro equilibrato ed oggettivo, uscito il 12 settembre scorso al cinema ed in contemporanea su Netflix, con l’obiettivo di fare chiarezza su una morte atroce quanto ingiusta. Il film è stato proiettato anche all’Università della Calabria, presso il D.A.M., durante un’iniziativa organizzata da Filorosso e dalla Circoscrizione Calabria di Amnesty International, il 24 ottobre, a pochi giorni di distanza dall’anniversario della morte del ragazzo. Molti gli studenti partecipanti che, visibilmente colpiti a seguito della proiezione, hanno offerto numerosi spunti di riflessione sulla vicenda e più in generale sulla situazione dei detenuti nelle carceri. A guidare la discussione, Franca Garreffa, docente di Sociologia della Devianza presso l’Unical che, dati alla mano, ha dimostrato come quello di Stefano non sia un caso isolato.
I numeri in effetti sono inquietanti: solo in quell’anno (il 2009) ci furono 172 decessi in carcere. “Il problema è strutturale – ha denunciato la professoressa Garreffa – tutto il sistema carcerario funziona in modo che i detenuti siano ridotti ad oggetti senza dignità, mentre il comportamento scorretto degli agenti viene non solo accettato ma persino giustificato e coperto dal sistema, quando non addirittura premiato”. La docente ha parlato ad esempio della cosiddetta “cella zero”. Presente in molte carceri, è una stanza priva di sanitari, brande e finestre, nella quale i detenuti sono costretti a stare in solitudine per ore, giorni o addirittura settimane, e dove ricevono pestaggi da parte di squadrette di agenti. Violenze che molte volte portano al suicidio (la media è di 52 ogni anno per quelli effettuati e di circa 1135 per i tentati).
A testimoniare la drammaticità di questi dati e l’urgenza di un cambiamento è stato Bruno Emanuele Giordano, rappresentante di Amnesty Calabria, che ha ricordato l’impegno dell’organizzazione nella difesa dei diritti umani, dal 1961. Innumerevoli i casi denunciati da Amnesty e le ammonizioni ricevute dall’Italia per violenze e torture “di Stato”. L’ultima in ordine di tempo, la condanna da parte della Cedu (Corte Europea dei Diritti Umani) per il 41bis confermato al boss Bernardo Provenzano nonostante la malattia e la morte imminente.
Tutti sperano che il caso Cucchi abbia aperto gli occhi in questo senso. Ricordiamo che i familiari riuscirono a vederlo solo dopo la sua morte e lo trovarono con una magrezza scheletrica (pesava 37 chili) e con lesioni diffuse, una maschera violacea attorno agli occhi, la mandibola spezzata e la schiena fratturata all’altezza del coccige. La violenza becera di alcuni agenti è possibile anche, e soprattutto, per l’omertà, l’ordine del silenzio e l’obbedienza cieca e muta che vige all’interno delle forze dell’ordine. I testimoni non parlano per paura di ripercussioni, poiché vengono trattati da traditori e declassati, anziché promossi per il coraggio dimostrato. Come è avvenuto a Riccardo Casamassima, carabiniere testimone del pestaggio di Cucchi, che dopo la propria testimonianza nel processo, è stato prima minacciato ed in seguito trasferito, con riduzione cospicua dello stipendio, dal proprio posto di lavoro.
Nel 2017 la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, ha fondato una Onlus intitolata al fratello, per difendere i diritti umani e civili dei detenuti e per l’introduzione del reato di tortura. Perché è l’intero sistema penitenziario, e non solo quello, a dover essere riformato, per garantire veramente ad ogni cittadino i propri diritti.

Luigi Mazziotti

 

FaC

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