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Unical, Cersosimo: “Riapriamo subito, è una questione di equità”

“Riapriamo subito, non c’è ragione per non farlo. Facciamo gli esami in presenza, già dalle sessioni di giugno, rispettando le norme di sicurezza sanitaria e dando a tutti gli studenti le stesse opportunità”. C’è soprattutto una questione di equità di cui l’università deve farsi carico, secondo Mimmo Cersosimo, docente di Economia Applicata e direttore della Scuola Superiore di Scienze dell’Amministrazione. Favorevole a una ripresa immediata delle attività didattiche in presenza all’Università della Calabria, il docente accetta di parlare con noi, rompendo il silenzio “accademico” calato sull’università durante e dopo il lockdown.

“Il lockdown è selettivo – ammette Cersosimo – colpisce maggiormente chi ha minori opportunità: mentre gli operai hanno continuato ad andare in fabbrica, i professori sono potuti rimanere a casa a lavorare. Lo stesso vale per la didattica a distanza: si creano disuguaglianze in base al reddito e al titolo di studio dei genitori, alla qualità della wifi, a quanti computer ci sono in un’abitazione”. Secondo le stime dell’Istat il 46% delle famiglie calabresi è senza computer e valori ancora più alti si registrano nei comuni più piccoli e nelle aree interne. “Gli esami nelle nostre belle ed efficienti aule informatiche consentirebbero di dare a tutti gli studenti lo stesso computer, la stessa potenza di rete, la stessa velocità di connessione, insomma equità. D’altro canto, nell’esperienza di questi mesi di didattica a distanza sovente abbiamo avuto problemi di connessione e molti studenti hanno seguito a singhiozzo le lezioni. Lo stesso per gli esami, una parte non piccola di studenti registra inceppamenti ed è costretto a prolungare se non a ripetere la prova”.

Aule informatiche per gli scritti e aule grandi per gli orali, in piccoli gruppi, a turno, con le mascherine e il distanziamento. Mentre la scuola si organizza per svolgere gli esami di maturità dal vivo, l’università appare immobile e qualcuno azzarda riaperture neanche in autunno, ma a gennaio 2021. “Il Governo ha deciso che a settembre gli alunni, dalla materna al liceo, ritorneranno in aula, tra pochi giorni i diplomandi sosterranno il loro esame di maturità in presenza, è mai possibile che l’università non dia un segnale, anche se a frequentarla sono giovani ormai maturi e responsabili? C’è bisogno di un investimento di fiducia nei confronti dei nostri studenti. Dobbiamo incoraggiarli e metterli in condizione di ritornare nella loro “casa cognitiva”; la missione dei prof è contribuire al miglior apprendimento, non possono essere trasformati in controllori di studenti in remoto, peraltro con una elevata dissipazione di energie e di tempo”.

Il lockdown universitario a oltranza in questo momento oltre che iniquo appare del tutto irrazionale, specie da quando le riaperture graduali (la prima è stata il 4 maggio ed è passato un mese) non hanno portato all’aumento dei contagi, bensì al crollo quasi totale della curva epidemiologica, con dati oramai consolidati nelle regioni meridionali. “E’ paradossale: da oggi posso liberamente andare a Codogno, nell’epicentro dell’epidemia, posso prendere un treno, posso andare al supermercato, al ristorante, in palestra, ovunque, perché non posso tornare in aula Consolidata? Il Presidente del Consiglio ha appena detto che “l’Italia è un paese sicuro” per rassicurare i turisti stranieri… è possibile che noi non possiamo dire alle famiglie e agli studenti che l’Unical è un luogo sicuro?” chiede giustamente il docente.

L’Unical è frequentata per la maggior parte da cosentini, le provenienze da fuori regione sono limitate, “non è Cambridge – scherza il prof – dove gli studenti sono tutti internazionali”. Nel nostro caso, con adeguate misure di prevenzione, anche i pochi studenti da fuori regione potrebbero tornare. Ma allora perché la governance non cede di un millimetro? Ricordiamo che gli alloggiati non possono ancora rientrare nelle residenze, la mensa è aperta solo per il cibo d’asporto, le biblioteche solo per il prestito. L’odissea peggiore è per i tesisti: non tutti hanno ancora accesso ai laboratori, è a discrezione del docente e le richieste vengono gestite caso per caso. Evidentemente prevalgono le resistenze, di tanti docenti, che lavorano comodamente da casa, e di tanti dipendenti, che intendono sfruttare lo smart working fino al 31 luglio, ultimo giorno dell’emergenza sanitaria (o fino al 31 dicembre, come prevede il Decreto Rilancio). Anche una parte degli studenti in verità sta meglio a casa e non si preoccupa minimamente dei tanti colleghi in difficoltà.

A queste resistenze si aggiungono quelle più forti. “Il presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori – fa notare Cersosimo – è il rettore del Politecnico di Milano, la città più colpita dal virus. Le università del nord sono maggiormente in difficoltà in questo momento e dettano la linea a livello nazionale, e le altre, per quanto ci sarebbero le condizioni, tendono ad adeguarsi passivamente. E’ la stessa storia dall’inizio dell’epidemia: i tempi li hanno dettati Confindustria e il mondo economico, chiedendo a gran voce la riapertura delle attività produttive indipendentemente dall’intensità territoriale del Covid-19. Anche in quel caso per ragioni di sicurezza sarebbe stato forse più prudente partire dalle regioni più impermeabili al virus: si pensi che in 10 regioni, le 8 del Mezzogiorno più Lazio e Umbria, pari all’incirca alla metà della popolazione italiana, i decessi da coronavirus sono stati poco più del 7% del totale”.

I rettori del sud potrebbero riaprire subito gli atenei, insomma, ma non lo fanno per non scontentare i colleghi del nord. Non solo. In questo modo evitano di prendersi responsabilità e di investire sulla sicurezza quando, per il ruolo che ricoprono, in questa fase dovrebbero “attrezzare adeguatamente strutture, uffici, impianti, spazi, aule, e servizi per abbassare strutturalmente la vulnerabilità dei luoghi di studio e di lavoro”. Sarebbe anche il momento giusto per ripensare le lezioni in presenza, in tempo per l’autunno: “pensare corsi più piccoli, lezioni tutto il giorno, tutti i giorni, non vedo lo scandalo se qualche domenica mattina dovremo andare in aula, servirà maggiore impegno da parte di tutti. Le grandi crisi provocano grandi sofferenze ma sono anche straordinarie opportunità per cambiare. L’università italiana- conclude Cersosimo – deve ritornare ad essere un soggetto sociale di trasformazione, di scuotimento e non di mantenimento dello status quo”.

Daniela Ielasi

FaC

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