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America Latina, crisi e rivolte. L’analisi di Susi Roitman, ricercatrice argentina

Susanna Roitman è una ricercatrice e docente argentina dell’Universidad Nacional de Villa María. Direttrice dell’Osservatorio sul lavoro e conflitti di Cordoba, ha coordinato e partecipato a diversi progetti di ricerca sul tema, uno dei quali l’ha portata all’Unical, dove insieme alla collega Elisabetta Della Corte, si sta dedicando ad un confronto tra le condizioni della classe operaia in Italia e in Argentina, in particolare nella città di Cordoba. Susi Roitman appartiene alla schiera di intellettuali che non hanno paura di mettere in discussione le politiche di autoregolazione che hanno caratterizzato i movimenti progressisti dell’America Latina, ma che avverte l’urgenza di portare l’attenzione sulle criticità che l’instabilità politica ha generato nei Paesi che stanno vivendo forte crisi.
Tutta l’America Latina è in rivolta, sono numerose le crisi che si sono aperte o radicalizzate negli ultimi mesi. Che sta succedendo?
La questione dei conflitti è molto complessa, perché per interpretare il contesto sociale in America Latina, oltre all’analisi delle classi, è necessario tenere conto della componente identitaria. In Bolivia per esempio, le resistenze a Evo Morales sono state anche di tipo identitario e simbolico: la Wiphala (la bandiera di tutte le nazionalità indigene a cui Evo ha dato Dignità attraverso la costituzione del plurinazionale di Bolivia) che brucia e la retorica di “Macho Camacho” (leader della rivolta vincolata agli interessi delle multinazionali e dell’oligarchia dei latifondisti) che con la Bibbia in mano scongiura i “culti satanisti” degli indigeni e la Pachamama. Quello di Jeanine Anez, senatrice, dichiaratamente fascista e razzista, che si è autoproclamata presidente, è stato un golpe e c’è una forte repressione, ad El Alto vicino La Paz, dove si concentra una grande quantità di indigeni (gli stessi che hanno combattuto le battaglie dell’acqua, del gas, i momenti più alti della storia contemporanea della Bolivia), hanno ucciso 6 persone.
Siamo abituati a pensare all’esercito dalla parte del popolo in America Latina: è ancora valida questa idea?
L’esercito appare come un attore importante in questi momenti di crisi, non solo in Bolivia, anche in Brasile o in Cile. Qui, dopo il golpe contro Allende, sembra che insieme al modello del neoliberismo di matrice USA, che ha provocato forti diseguaglianze sociali, sia tornato il periodo delle repressioni di Pinochet. E’ proprio dal basso che hanno avuto origini le proteste: il rincaro del trasporto pubblico è stata la miccia che ha scatenato l’escalation a cui abbiamo assistito ad ottobre di quest’anno, però impressionante è anche la repressione che hanno incontrato i movimenti di protesta. In Argentina non è lo stesso, per via della ferita del genocidio che è diventata memoria collettiva, di conseguenza l’esercito non può trasformarsi nel braccio armato di una possibile e futura dittatura. Il problema della memoria e della giustizia è una bandiera che si è alzata permanentemente. In altri Paesi dell’America Latina forse non c’è la stessa consapevolezza.
Gli Stati Uniti sono tornati a muovere le redini dell’esercito in Cile?
Dalla crisi del 2008 le disuguaglianze del mondo si sono accentuate. Lo scenario è complesso, perché Cile, Bolivia, Venezuela, Brasile, sono territori ricchi di risorse strategiche come il litio, il petrolio. I popoli attraverso la partecipazione hanno dimostrato di avere una capacità d’azione molto forte ma è necessario rifiutare l’ingerenza degli Stati Uniti e della CIA e supportare l’autodeterminazione dei popoli. Le strategie della destra, degli americani, delle oligarchie è quella di provocare la rottura del tessuto solidale latino. Penso che gli intellettuali debbano giocare un ruolo in questo momento di transizione e di movimento sociale, perché ci sono dei percorsi alternativi, e possiamo cercare quello giusto, quello per tutti: modificare attraverso la partecipazione del popolo questo carattere repressivo dei governi. Invertire e cambiare la tendenza all’individualismo che propone la mentalità neo-liberale e stringere legami, cambiare le forme di organizzazione e auto-organizzazione, transitare verso altri luoghi attraverso la condivisione.
E l’Argentina dopo Macri? Fernandes è realmente un uomo di sinistra?
La risposta nelle urne argentine è stata contro il neoliberismo estremo di Macri che in 4 anni ha portato problemi gravissimi come aumento del debito pubblico, crollo dei salari, povertà, disoccupazione, deindustrializzazione, precarietà e distruzione del welfare state a favore delle multinazionali, ma non è riuscito del tutto in questa attività per via della resistenza popolare. Nel 2017 una mobilitazione importante provocò la rinascita dell’unione del peronismo. Di conseguenza l’Argentina non può permettersi di accontentare tutti, gli agricoltori, gli imprenditori, gli allevatori, la classe media, ecc. Ma potrebbe venire fuori qualcosa di importante, in termini di cambiamenti strutturali oppure no: insomma lo scenario è ancora aperto.

Giada Rita Filippo 
Maria Pia Belmonte

Ascolta l’intervista in spagnolo: audio /1audio /2

FaC

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