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Reato di stupro, la campagna di Amnesty per introdurre il “consenso”

“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni” (art. 609 bis e ter del codice penale italiano). È con la lettura di questo articolo che ieri si è aperto l’incontro del Gruppo universitario Bologna di Amnesty International, che presentava la campagna #IOLOCHIEDO, lanciata a luglio 2020 e ideata per chiedere al legislatore nazionale di modificare l’attuale articolo sul reato di stupro, adeguandolo alla richiesta della convenzione di Istanbul e introducendo il criterio del consenso.

All’interno del nostro ordinamento, infatti, il reato di stupro viene intrinsecamente definito tra violenza, minaccia e uso della forza, che confrontato con l’art. 36 della convenzione di Istanbul – sottoscritta dal parlamento italiano 7 anni fa – risulta “monco”. A livello internazionale legislativo non c’è una vera e propria definizione di consenso, abbiamo delle indicazioni chiare solo all’interno della convenzione di Istanbul. Quando parliamo di consenso facciamo riferimento a qualcosa di specifico: accettiamo di fare un’attività insieme ad un’altra persona, fare qualcosa insieme e insieme decidere in qualsiasi momento di interrompere se una delle due parti non si sente più a suo agio.

Per ottenere la legge contro lo stupro, in Italia, ci sono voluti vent’anni di lotte femministe, e a livello giuridico si definisce modello consensuale limitato (perché appunto fa riferimento all’uso della violenza e della forza): quello che Amnesty International chiede al Governo italiano è di fare un passo verso un altro modello di consenso, ovvero il modello consensuale puro e quindi dire che è reato qualsiasi atto sessuale nel quale manca il consenso valido di una persona. Chiedere questa modifica, non significa solo cambiare le parole dell’articolo dove si fa riferimento alla violenza, ma vuol dire lavorare sulla società italiana.

“Il discorso del consenso sicuramente richiede un cambio di approccio culturale – evidenzia la Vicepresidente della Casa delle donne, Elsa Antonioni – e probabilmente includendolo nella legge, faciliterebbe questa necessità di cambio culturale con una certa forza”. Secondo un’indagine condotta dall’Unione Europea, una donna su 20 è stata stuprata e una su 10 ha subito una violenza di tipo sessuale, però stando ai dati ISTAT del 2019 quasi il 40% della popolazione ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale se veramente non lo vuole: una vera e propria cultura dello stupro, basata su un’idea di conquista del corpo femminile, come se questo fosse un oggetto.

L’obiettivo che Amnesty vuole ottenere con questa campagna è invertire il punto di vista. Quando parliamo di uno stupro, continuiamo – e lo si nota soprattutto nei recenti articoli sullo stupro di Milano – a formulare la narrazione di questa storia puntando il dito su chi la violenza l’ha subita, colpevole di essere stata ingenua. “Non dovrebbero interessarci con quali idee la vittima si è recata sul luogo della violenza, com’era vestita, se aveva assunto sostanze stupefacenti, l’unico interesse è se era consenziente o meno – conclude Tina Marinari, coordinatrice delle campagna di Amnesty International Italia – bisogna ricostruire un tessuto culturale su tutto quello che è il rapporto tra uomini e donne. Il punto è mettere sullo stesso piano le volontà delle persone”. Questo sarebbe dovuto accadere sia a livello di società civile che a livello giuridico, perché la cultura può cambiare la legge ma la legge può aiutarci a modificare la cultura.

Annalisa Paviglianiti

FaC

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