Teatro UNIVERSITÀ

Teatro, sociologia e sperimentazione didattica. Intervista al prof Parini

Ercole Giap Parini è un sociologo sensibile e attento alle semantiche, che lavora in mondi di contatto. Professore associato di Sociologia Generale nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical, si è a lungo occupato di ricerca sociale e del rapporto tra le scienze sociali e l’arte o la letteratura, pubblicando libri e curando traduzioni. Secondo Parini la sociologia non può ridursi ad una contabilità del sociale e, convinto che un operatore sociale debba essere un attore (sociale) capace di riarticolarsi all’interno di situazioni diverse e a volte delicate, si è fatto coinvolgere in un percorso innovativo di formazione. Si chiama “LIST” il Laboratorio Informale di Sociologia Teatrale germogliato spontaneamente dal Laboratorio didattico, redazionale e di ricerca del corso di Laurea Magistrale in Sociologia e ricerca sociale. 
Professore, ci racconta com’è nato il Laboratorio Informale di Sociologia Teatrale? 
Il Laboratorio nasce dall’esperienza di un percorso condiviso con Alma Pisciotta, che è una stupenda ricercatrice sociale oltre che un’attrice. Alma ha coordinato un modulo di sociologia teatrale e l’entusiasmo degli studenti è stato talmente forte da indurla a coinvolgere altre persone, come me, che rappresento un po’ il “profilo istituzionale” o Gian Battista Picerno, che si occupa di teatro sociale. E’ rivolto a studenti e a studiosi di ogni età che vedono nel teatro uno strumento di ricerca. Persone che vogliono indagare il sociale, professionalmente o no, ma in maniera seria. Si parla di laboratorio informale, perché al momento non ha una sua fisionomia istituzionale nell’Unical, ma è legato intanto alla volontà di chi ci opera e lo anima (in foto il gruppo) e la mia speranza (fondata) è quella di trasformarlo, in tempi accettabili, in un laboratorio accademico di ricerca. 
Come dialogano l’arte e le scienze sociali? Cos’hanno reciprocamente da dirsi?
Sociologia e arte rimangono due sfere autonome, tuttavia la sociologia, come l’arte, ha bisogno di un moto creatore, un’intuizione, il lampo creativo di una nuova sintesi della realtà. L’arte lo fa perché non può non farlo, se è buona arte, il genio artistico ha bisogno continuamente di rinnovarsi. Allo stesso modo il sociologo ha bisogno di fornire sempre nuove sintesi e chiavi di lettura alla vita sociale. Una buona ricerca sociale può invece giovarsi delle tecniche drammaturgiche, perchè richiede l’abilità di compiere due movimenti: uscire dalla propria contingenza (e non per andare in un vuoto pneumatico sociale ma per) e calarsi in altre contingenze. Lo straniamento ha una forte componente etica, ti ridimensiona, ridimensiona il tuo ruolo e ti porta dentro altre semantiche. Per muoverci in mondi di senso diversi dal nostro abbiamo bisogno di una delicatezza che, attraverso le tecniche teatrali, può essere in qualche modo allenata. La sociologia senza l’intuizione, senza quel genio artistico, rischia di trasformarsi in una contabilità del sociale, che può  descrivere quello che accade, ma non bene quanto altre discipline. 
Lei si è occupato tanto di Sociologia della devianza e di mafie. Pensa che le tecniche drammaturgiche possano tornare utili in questi campi? Se sì, in che modo? 
Anche se non ho fatto esperienza diretta, proverò a rispondere a partire da un’intuizione. Penso alla validità dell’utilizzo di tecniche drammaturgiche anche rispetto alla capacità di straniarsi da sè per esempio e creare altri mondi di senso, utile a chi si occupa di sociologia della devianza o a chi opera in ambiti particolari come le carceri. Ho lavorato in delle carceri, con detenuti ergastolani che poi si sono laureati. Per entrare in contatto con mondi della marginalità è importante avere questa “capacità di ingresso” che le tecniche drammaturgiche permettono. Uno dei principi della sociologia di Max Weber per esempio, è mettersi nei panni degli altri per provare a comprendere lo sforzo mai compiuto e forse utopico di vedere le situazioni sociali come le vedono proprio i protagonisti. Altrimenti si rischia di cadere nel descrittivismo e in un superficiale approccio positivista che mira a spiegare causalmente le cose sulla base di stereotipi. 

Maria Pia Belmonte

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