“A Ciambra” di Jonas Carpignano ha vinto due premi ai David di Donatello, per la miglior regia e il migliore montaggio. Ambientato nel quartiere/ghetto rom di Gioia Tauro, il prezioso lavoro del regista italo-americano ha avuto almeno in Italia il riconoscimento che meritava. Emozionato sotto una montagna di dread, staccatosi dall’abbraccio straripante dello staff, il regista ha ringraziato su tutti la famiglia Amato, protagonista del film, con cui ha voluto condividere il premio. “Sono tornato in Italia quindici anni fa, lavoravo come aiuto in qualche produzione, è passato tanto tempo da allora”. Classe 84, madre americana e padre italiano, Jonas ha vissuto fra New York e Roma, poi dal 2011 si è stabilito a Gioia Tauro. “A Ciambra” è il suo secondo film e porta la firma di un produttore esecutivo del calibro di Martin Scorsese.
Il successo è meritatissimo: se non avete visto il film, perché la distribuzione non è stata capillare, dovete assolutamente recuperarlo. Io ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione l’estate scorsa proprio a Gioia Tauro, in una caldissima serata d’agosto, seduta fra i suoi protagonisti. Un film nel film. Le porte spalancate e i sedili che si appiccicavano alle cosce, per ventaglio qualsiasi cosa, mancava solo il fumo delle sigarette per sentirsi catapultati nell’atmosfera dei cinema d’altri tempi, quando la visione del film era autentica esperienza collettiva. Mi aspettavo un documentario, ho trovato un’opera originale, con una sceneggiatura avvincente e mai scontata, ottimi attori e una perfetta rappresentazione della realtà, del luogo e del tempo, del mestiere difficile di crescere in Calabria immersi un crocevia di culture e subculture intrise di orgoglio, disperazione e conflittualità.
Carpignano compie il miracolo di trascinare lo spettatore dalla parte del giovane Pio, ladro apprendista con il mito del fratello maggiore già in carcere, a cui toccherà il ruolo del capofamiglia. E la “famiglia” viene prima di tutto, per i rom, per i calabresi, per gli immigrati, prima dell’amicizia e della solidarietà. Gli spettatori-protagonisti si rivedono sul grande schermo, si prendono in giro, ridono di gusto davanti all’incontro di Pio con una prostituta, applaudono quando il piccolo ladro riesce a fuggire dalla polizia.
E’ una comunità fiera quella che esce dal cinema di Gioia Tauro, abbigliata a festa, che abbraccia il regista presente in sala in calzoncini corti e maglietta. L’ape parcheggiata fuori riparte e torna alla Ciambra. Carpignano ha avuto il merito di portare all’attenzione internazionale – non dimentichiamo che il film è stato candidato alla nomination come miglior film straniero agli Oscar 2018 – una piccolissima realtà locale ignorata o taciuta da tutti. Operazione riuscita, non solo in termini cinematografici.
Daniela Ielasi




