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La storia di Francesco, detenuto e laureato Unical, diventa un libro

Francesco è figlio di persone oneste e lavoratrici. All’età di diciotto anni si innamora di Arianna. La ragazza nasconde un segreto che non vuole rivelare al giovane: è figlia di un boss locale, don Nicola, e vorrebbe sganciarsi dalla sua famiglia e stare con Francesco, tenendolo perciò lontano dalla camorra. Francesco però, scoperta la verità su Arianna, vuole farsi ben volere da quello che spera diventerà suo suocero e in un solo anno scalerà posizioni all’interno dell’organizzazione criminale, commettendo omicidi che lo porteranno, all’età di diciannove anni, a essere arrestato e recluso, con la pena di tre ergastoli ostativi da scontare. Detenuto dal 2008 nella Casa di reclusione di Rossano, Francesco, consegue prima il Diploma e poi la Laurea, scoprendo così l’importanza dello studio come mezzo per combattere l’ignoranza e il malaffare che spesso ne deriva.


Questa storia è stata raccontata adesso in un libro, dal titolo “Sulla linea… La mia vita dietro le sbarre”, presentato martedì 24 aprile presso il centro congressi “Beniamino Andreatta” dell’Unical. L’incontro è stato introdotto e coordinato dal professor Pietro Fantozzi, delegato del Rettore alla costituzione del Polo Universitario Penitenziario, nonché dal Magnifico Rettore dell’Unical, il professor Gino Mirocle Crisci. Numerosi gli interventi costruttivi e le proposte presentate dagli ospiti, tutti visibilmente coinvolti ed emozionati dalla storia di Francesco. L’autore è quindi portavoce di una redenzione possibile attraverso la cultura, secondo la professoressa Franca Garreffa, membro del protocollo d’Intesa tra l’Unical e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, Francesco è «l’esempio concreto che nella vita si può cambiare».
Il suo percorso di studi ha delle similitudini con quello di altri detenuti, giunti in carcere con a malapena la capacità di scrivere il proprio nome, e ora laureati (qualcuno di loro ha intrapreso anche gli studi magistrali). Tutto ciò è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’Unical e il carcere di Rossano, che ospita diversi detenuti laureati presso l’ateneo calabrese, tra questi appunto Francesco Carannante.
L’umanità dei reclusi, spesso sottostimata, viene rimarcata dalla coautrice del volume, Maria Letizia Guagliardi, che si definisce “innamorata” delle attività svolte assieme ai detenuti, in particolare il teatro, grande fonte di emozione per gli stessi reclusi. “Anche loro possono emozionarsi, non bisogna dimenticare che il cuore di tutti batte come il nostro”. Ercole Giap Parini, docente tutor della tesi di Carannante, ha messo in risalto l’importanza della narrazione come mezzo per riappropriarsi della propria vita, della propria dignità, della propria esistenza, partendo dal fondo. Molto sentito l’intervento di Adriana Caruso, presidente dell’associazione “Quercia di Mamre” che opera all’interno del carcere, secondo cui oggi sono garantiti trattamenti educativi, un mezzo per resistere ed esistere in una realtà, quella carceraria, che è una vera e propria altra dimensione. Secondo la Caruso quindi, “non dobbiamo aggiungere alle sbarre di ferro altre barriere mentali”. Come ha testimoniato il direttore Carrà, si tratta di un percorso di studi e soprattutto di redenzione. La cultura e lo studio sono importanti per fare resistenza civile e combattere i fenomeni malavitosi, perché “portare cultura nel carcere significa combattere la criminalità organizzata”. E’ giusto “condannare il crimine, ma bisogna far capire al criminale il suo errore. Il tempo in carcere, tempo del non fare, deve diventare tempo di fare, di vita, per uscirne migliorati”. L’editore Settimio Ferrari, infine, ha sottolineato che per continuare sulla strada intrapresa è necessario fare rete, coinvolgendo più persone possibili. A tal proposito si pensa di arrivare a presentare il libro di Carannante nelle carceri calabresi, per poi portarlo magari in tutte le scuole superiori organizzando degli incontri alunni-autore.

Luigi Pullano

FaC

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