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“Il cinema è il gioco di raccontare storie”, il regista Gabriele Mainetti all’Unical

Su invito del Dispes e del Cams dell’Unical, il 3 novembre scorso il regista Gabriele Mainetti è stato ospite al Teatro Auditorium Unical. Si tratta del terzo appuntamento di questo anno accademico, sotto forma di masterclass, che ha già portato nel Campus personalità del calibro di Michelangelo Frammartino e Jonas Carpignano. La presenza di Mainetti è stata anche l’occasione per inaugurare l’anno accademico del nuovo corso di laurea triennale in Media e società digitale. Coordinato da Angela Maiello e Bruno Roberti (docenti di Cinema del Dispes), l’incontro è stato introdotto da Roberto De Gaetano (Delegato del rettore allo Spettacolo). È stato prezioso anche l’intervento dell’attore Max Mazzotta, che nell’ultimo film di Mainetti, “Freaks Out”, interpreta l’elogiato personaggio de ‘Il Gobbo’. Il regista ha risposto alle domande dei relatori e del pubblico sul nuovo lungometraggio che ci cala in un’atmosfera particolarmente onirica ed evocativa.

Siamo nella Roma del 1943. Nel “Circo Mezzapiotta” si replica con successo lo spettacolo. Sotto la regia accorta e paterna del direttore Israel (Giorgio Tirabassi) le quattro attrazioni danno prova delle loro unicità: sono l’erculeo Fulvio (Claudio Santamaria); l’elettrica, quindi intoccabile, Matilde (Aurora Giovinazzo); il piccolo Mario che attira i metalli come fosse una calamita vivente (Giancarlo Martini); l’albino Cencio che governa magnificamente lucciole e insetti (Pietro Castellitto). Quando improvvisamente piovono sulla città le bombe e comincia l’occupazione nazista, Israel cerca di trovare una via di fuga che li porti lontano dalla guerra, ma scompare misteriosamente lasciando i quattro soli in cerca di prospettive in uno scenario completamente mutato.

“Il cinema è il gioco di raccontare storie per toccare il nostro bambino interiore” dice Mainetti citando Spielberg. Nel caso di “Freaks Out” la partenza è magnifica, perché il film sfodera maschere tragiche che fanno ridere in un mix di ribollente fantasia e realismo estremo. La curiosità del pubblico si affolla proprio intorno a quest’unione di generi che spazia dallo storico, al superoistico al fantasy più spiccato, cui si aggiunge un velato richiamo al neorealismo nostrano grazie ad un sapiente gioco di valide composizioni e citazioni di alcune delle scene più significative del genere. Come nel suo precedente lavoro (il fortunato “Lo chiamavano Jeeg Robot”), il regista ha voluto compiere un’altra “ibridazione di generi” frutto di una cinefilia accanita e irriverente che mischia spunti, ossessioni, gusti e ambientazioni storiche. Andando oltre il singolo genere cercando di sfruttare al massimo le potenzialità di una feconda combinazione. Non a caso il regista ha spiegato così la genesi del kolossal: “Il freak è una creatura unica, calarlo in un spazio di conflitto come quello della guerra accanto ai nazisti che cercano la perfezione della razza mi sembrava interessante. Non volevo fare il neorealismo, non ne sarei in grado, ma mi ha dato una traccia da seguire”.

Tra i temi trattati nel film sono particolarmente importanti l’identità e l’umanità, che vengono indagate a fondo nel corso della pellicola. Il regista ha voluto svecchiare il vecchio concetto, figlio di un lungo retaggio, di contrapposizione fra normale e diverso che vede semplicisticamente “cattivo il freak e buono l’umano”. Mainetti ha parlato con amore della forte identità che caratterizzava i personaggi, rendendoli tutti speciali, tutti unici e proprio per questo tutti sulla stessa barca, ha voluto creare “un mondo di freaks”, in cui sarebbe stata l’empatia per la reciproca diversità il motore della storia. Centrale la tragedia del personaggio di Franz, il quale nega la propria identità, e negando se stesso esclude di conseguenza la possibilità della comprensione e dell’incontro con l’altro. Importante anche la scena del violento confronto fra Il Gobbo e Matilde, in cui un impetuoso Max Mazzotta cerca con brutale insistenza di strappare una nascosta verità alla renitente ragazzina, riuscendo a dimostrare inaspettatamente un grande affetto per lei. Su quest’aspetto si è soffermato l’attore calabrese, parlando del suo personaggio come di un “Gesù Cristo “ fra i partigiani, con il compito di assorbire il “brutto” del mondo per cercare di purificarlo. Motivando così l’aspetto mutilato e derelitto del gruppo della Resistenza, che assumono su di sé le brutture del mondo per affrontarle apertamente, per dimostrare quanta “umanità e verità possano emergere anche e soprattutto dalla disumanità, e quanto siano indiscernibili”, come ha osservato Bruno Roberti.

Infine si è discusso sul grande valore della produzione del film, che è riuscita con un budget modesto per gli standard internazionali su progetti di questa portata, a realizzare un disegno e un prodotto finale altamente validi. Soprattutto in merito alle grandi scene d’azione e di guerra che hanno fatto centro nel conquistare e catturare con maestria la fantasia del pubblico più giovane. Mainetti si è soffermato sul valore catartico del conflitto e della sua messa in scena, descrivendo emozionatamente le scelte fatte su quelle riprese. “Il teatro della seconda guerra mondiale mi ha profondamente scosso – ha sottolineato – perché è un momento storico tragico ma determinante per quello che noi abbiamo scelto di essere come società. Dicono che la guerra sia come una sorta di “Africa” per i registi, e secondo me è vero, perché c’è il conflitto primario che, raccontato in un determinato modo, complica enormemente la messa in scena, ma ti può far fare delle grandi cose”.

Incalzato da un’ultima domanda, in questo contesto di grandi contrasti, il regista ha ammesso infine di rispecchiarsi nei personaggi di Franz e Matilde, e soprattutto in lei, per la sua angelica unione di forza e grazia. “Spero sempre di poter riuscire ad essere forte quanto Matilde, a cambiare e a trasformarmi – ha confessato – ci provo tutti i giorni, ma non è facile”.

Leonardo Wanderlingh

FaC

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