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La svolta di Occhetto che cambiò nome e destino al PCI (e alla sinistra)

A quasi 30 anni dalla Bolognina, della sinistra italiana pare sia rimasto solo un diffuso senso di smarrimento nutrito da quanti non riconoscono più la rappresentanza delle proprie istanze nelle dinamiche della politica italiana. Urge allora una riflessione per comprendere all’interno di quali momenti vada rintracciata la genealogia di questa situazione. L’occasione è stata offerta dal libro Eravamo tanto amati, di Domenico Guarino, Andrea Lattanzi e Andrea Marotta, un’analisi giornalistica a più voci, una raccolta di agili interviste a quelli che possono essere considerati i protagonisti di un percorso da interpretare per poter comprendere il presente e progettare il futuro. Il libro è stato presentato al DAM, lunedì 8 aprile, da uno degli autori, Andrea Marotta, giornalista Rai in toscana di origine cosentine, che insieme a Daniela Ielasi, Olimpia Affuso e Mimmo Talarico, ha ripercorso le tappe principali di un cammino appassionato e ispirato ma che forse non ha bene interpretato le esigenze del suo tempo.
“In un momento così delicato per la politica, caratterizzato dal disimpegno, dalla disaffezione e dalla rinuncia alla dimensione comunitaria si avverte l’urgenza di interrogare la sinistra italiana e riflettere sia sui passi di questa che sugli inciampi. Per capire cosa, come e con chi fare”, questo l’invito della giornalista Ielasi, che introduce i temi e i tempi di un’atmosfera diversa, quando e dove il vissuto politico e quello personale si impastavano nelle vite dei militanti. Il libro restituisce un quadro complesso delle dinamiche che hanno portato il PCI, il più grande partito comunista d’Europa, a cambiare nome e fattezze, durante la transizione guidata dal segretario Achille Occhetto.
“Sebbene i racconti e i personaggi del libro gravitino intorno alla Toscana, la narrazione sconfina i limiti territoriali e diventa la biografia del partito a livello nazionale” commenta l’autore. Il libro, come una lente d’ingrandimento circoscrive le indagini al territorio toscano, ma racconta la metamorfosi del fermento comunista in Italia fino a quello che oggi viene percepito come un sentimento di nostalgia verso qualcosa che non è più. Allora oggi più che mai è necessario “elaborare il lutto – secondo la sociologa Affuso – elaborare e sviscerare la condizione della sinistra italiana assumendosi le proprie responsabilità, prendere atto della distanza che le nuove generazioni percepiscono nei confronti di un sistema di valori, condivisione e confronto, è necessario riconsiderare le scelte fatte fino ad oggi e accettare che, dai DS in poi, si sono registrate grosse difficoltà a rappresentare gli interessi e le istanze che la sinistra aveva alla base”.
La crisi probabilmente è iniziata insieme alle contaminazioni della globalizzazione, ma è diventata palese e oggettiva proprio quando i vertici del partito dei Democratici di Sinistra, si sono resi conto che, chiuso il capitolo del PCI, il nuovo partito non era più in grado di intercettare e interpretare i bisogni.
Certo è che ai tempi della Bolognina si respirava un’aria diversa, secondo Talarico “è il caso forse di contestualizzare e definire l’oggetto. Il partito era al 34%, Togliatti un punto di riferimento anche per il comunismo internazionale, i leader erano illuminati, le scuole di partito permettevano il confronto e il dialogo anche attraverso l’alfabetizzazione dei ceti meno abbienti, cuore e motore di una politica che non voleva lasciare indietro nessuno. Era una sinistra presente nelle municipalità, la sinistra delle feste laiche, la sinistra di Chruščëv che mandava i trattori persino a Colosimi”.
Il PCI ai tempi della Bolognina aveva 1.700.000 iscritti, il momento storico era caratterizzato dalla polarizzazione delle forze e delle volontà politiche in blocco est e blocco ovest del mondo. L’apertura al pluralismo, che avrebbe dovuto garantire una maggiore libertà di espressione all’interno del partito ne ha minato le basi, e il resto della storia può essere letto come un declino rapido e inesorabile, che spesso non ha saputo riconoscere quelle che potevano dimostrarsi delle occasioni di rinascita e rigenerazione della sinistra italiana, come il movimento NoGlobal o il Social Forum. Quali sono le cause dello smarrimento avvertito da quanti si sentono “di sinistra”? Perché è così difficile ritrovare lo spirito di comunità che storicamente ha caratterizzato l’aggregazione intorno alla questione politica, etica e sociale? L’esigenza di riarticolare la dialettica delle forze politiche di sinistra passa sicuramente dalla riappropriazione delle questioni e dei temi che il mondo contemporaneo rilega sempre alla marginalità dei discorsi di leader poco illuminati ma dal linguaggio efficace, però è necessario anche analizzare le criticità che hanno prodotto la dispersione. Eravamo tanto amati è l’occasione di una disamina attenta della storia, delle conquiste e delle sconfitte della sinistra italiana, ma anche di una ispirata progettazione per il futuro.

Maria Pia Belmonte

FaC

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