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“La laurea negata”, l’economista Viesti torna a parlare di università

“La laurea negata” (Editori Laterza) è l’ultimo libro dell’economista pugliese Gianfranco Viesti, che ritorna sul tema a distanza di due anni dall’articolato studio collettaneo “L’università in declino” (Donzelli Editore). Questa volta il professore non si rivolge agli addetti ai lavori ma ai cittadini ignari, a suo dire, del perverso disegno di distruzione operato nei confronti dell’università (e della società) italiana negli ultimi dieci anni. Per questo motivo il testo è stato presentato alla libreria Ubik, nel cuore della città di Cosenza, fuori dal Campus universitario. Anche se a parlarne insieme all’autore, c’erano tre docenti dell’Unical, Francesco Raniolo, Paolo Jedlowski e Marta Petrusewicz. Misto invece il pubblico, composto da addetti ai lavori e semplici cittadini. 
L’analisi di Viesti parte dai tagli del 2008 e dall’entrata in vigore della legge Gelmini nel 2010, per finire ai giorni nostri, e passa in rassegna tutte le decisioni prese dalla politica a danno dell’università pubblica. “Decisioni che sembrano guidate dall’odio più che dall’amore verso l’università” secondo Raniolo. “Una follia suicida” per la storica Petrusewicz, che ha ricordato le origini più lontane di questo disegno, a partire da Berlinguer, il primo ad aver rovinato l’università. “Non si ha mai il tempo di capire se una riforma funziona, che ecco che ne arriva un’altra: questa è una caratteristica tipicamente italiana, ma la tendenza è globale”.  
“I figli dei poveri non hanno più diritto all’università” – sostiene Viesti – calano le iscrizioni, calano i laureati, ma la cosa peggiore è che diminuiscono le possibilità di sviluppo dei territori a causa della crisi dell’università. Da economista, Viesti mette in luce lo stretto legame osservato fra il grado d’istruzione dei lavoratori e il tasso di successo delle imprese italiane: le aziende migliori sono quelle i cui lavoratori sono laureati. Nelle regioni del Sud ad esempio, dove solo uno su cinque ha la laurea, non è un caso che il tessuto imprenditoriale sia così debole. Negare la laurea ai giovani, attraverso le politiche penalizzanti dell’ultimo decennio, significa negarsi come Paese ogni possibilità di futuro. “Ma perché succede? e chi l’ha deciso?”, su questo il docente non ha dubbi: gli interventi sono passati a colpi di fiducia, proposti da “ministri tecnici in palese conflitto di interessi”, un disastro deciso dalle élite milanesi, all’insaputa degli italiani, anzi contro gli italiani. Il che pone naturalmente un problema ben più grande della sopravvivenza degli atenei e dei professori, “apre un problema di democrazia”. 
Che fare allora? Si potrebbe recuperare il compito originario delle università che, come ricorda Jedlowski, è quello di formare le classi dirigenti, ma formarle al pensiero libero e critico. “I giovani danno per scontata la competizione, ma la competizione è solo una forma di gioco”. Esiste anche la cooperazione, che è invece l’assunto da cui partono le tante forme di “resistenza precaria” che dentro e fuori l’università ripropongono un modello di formazione diverso, più vicino alla “bildung” tedesca di humboldtiana memoria.
Ma questo non è facile da comprendere per i non addetti ai lavori. Una famiglia che mantiene con tanti sacrifici un figlio all’università, vuole una laurea in tempi brevi, con buoni voti e soprattutto dopo si aspetta un posto di lavoro. Vaglielo a spiegare che l’università e il lavoro sono due mondi per loro stessa natura diversi e distanti, dopo che per decenni si è celebrato, sia da parte della politica che da parte dell’accademia, l’abbraccio mortale. Ancora adesso, nonostante la buona volontà e la quantità crescente di studi, ricerche e libri sul tema, si finisce per rimanere schiavi dell’interpretazione economica che, applicata all’università, ha prodotto le storture che si vorrebbero combattere.

Daniela Ielasi 

FaC

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