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Un Museo di Street Art all’Unical per salvare i murales, creare identità e memoria storica

Qualche giorno fa sui muri del Polifunzionale dell’Università della Calabria è comparso un nuovo murales. Si tratta della firma stilizzata di un artista che abbiamo imparato a conoscere bene in questi anni. Zeta, insieme ad altri, valorizza da anni con la sua espressione artistica diversi spazi del campus, alcuni abbandonati all’incuria, altri invece imbrattati solo da “Tag” (il proprio nome d’arte esibito come fosse un logo) che spesso non hanno quasi niente di artistico. Uno dei lavori di Zeta, che quasi tutti conoscono, è quello sul muro soprastante la mensa dei Martenson, una grande clessidra con all’interno un ghiacciaio che si sta sciogliendo, accompagnato dalla scritta ‘Time is running out’, a significare che il pianeta è in pericolo e non si può più aspettare. Questo è un esempio di come la Street Art, anche all’interno del campus, sia espressione dei temi che interessano la società e le nuove generazioni, come dice Zeta: “i disegni combattono il tempo e definiscono le idee e le opinioni, portando tutti a riflettere”.

Purtroppo il nuovo murales non è stato però completato. Perché? Dalle testimonianze risulta che vi sia stato l’intervento della vigilanza che ha bloccato gli artisti e preso nominativi e documenti. È da sottolineare che prima della comparsa dell’opera il muro in questione risultava imbrattato e brutto da vedere. L’arte urbana o Street Art è uno strumento utilissimo di rigenerazione urbana. Per gli artisti è una forma di critica verso la proprietà privata, un modo per rivendicare spazi inutilizzati e non valorizzati, una forma di contestazione contro la società o la politica, un mezzo per esprimere messaggi di giustizia e solidarietà. Rappresenta anche la possibilità di esporre liberamente, senza i vincoli di gallerie e musei, la propria espressione artistica, quindi una maniera di autopromuoversi e operare in modo indipendente. E poi l’arte di strada è anche aggregazione, poiché coinvolge tutti, da chi opera a chi semplicemente osserva.

E’ fuor di dubbio che al posto dei muri imbrattati e vandalizzati che spesso si incontrano nelle nostre città, siano preferibili disegni e opere che trasmettono messaggi, che coinvolgono gli abitanti di un luogo e che fanno riflettere. E’ un modo intelligente per stringere il rapporto fra studenti/utenti e spazi pubblici, per accrescere la memoria storica e il senso di appartenenza, al fine di creare un clima sereno, rispetto per i luoghi e le persone, convivialità e inclusione sociale. All’Unical sono molti i murales che ricordano gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia del campus. Come quelli del Filorosso, che risalgono al periodo dei fermenti culturali e dei movimenti sociali che hanno poi portato alla nascita dello spazio autogestito (alcuni realizzati durante la Pantera). Il nostro campus, grazie anche alle opere più recenti di “Chiamata alle Arti”, potrebbe ambire a candidarsi come Museo di Street Art più grande d’Europa. Per farlo basterebbe legittimare una identità artistica già presente e radicata nel campus e potenziarla, facendone una missione, che coinvolga sia chi è chiamato a gestire gli spazi, sia chi li vive e se ne prende cura ogni giorno.

Si tratta di un intervento non solo auspicabile ma anche urgente. Se i graffiti vengono lasciati all’incuria e alle intemperie, se non vengono preservati e riqualificati nel tempo, rischiano infatti di sparire. Ne è esempio l’opera ormai sbiadita del pittore Nik Spatari, famoso in tutto il mondo, fondatore del parco museo Musaba a Mammola (RC), che fu realizzata alla fine degli anni Ottanta nella nostra università, precisamente su quello che un tempo fu il Centro Radiotelevisivo dell’ateneo. La memoria dei luoghi è importante, non lasciamola sbiadire.

Santo Astorino

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